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Giornata mondiale del libro, pillole di storia del romanzo

Giornata mondiale del libro, pillole di storia del romanzo

Il 23 aprile di ogni anno ricorre la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, ufficializzata dall’Unesco a partire dal 1996.

Nella tradizione catalana essa viene definita Giornata del libro e delle rose, motivo per cui chiunque acquisti un libro nel suddetto giorno si vedrà donare dal libraio anche una rosa.

E’ una giornata amata e ricordata quasi esclusivamente dagli amanti della lettura, che, stando alle ultime informazioni statistiche, in Italia sono ormai rari come i Panda e presto diverranno specie protetta. Eppure, scorrendo le bacheche dei social come, per esempio, Facebook, si trovano molti gruppi di lettori che si scambiano opinioni e suggerimenti, sempre alla ricerca di un libro che possa essere associato alle emozioni del momento.

Nella varietà dei generi, spicca su ogni altro il romanzo, che piace indipendentemente dal target sociale o anagrafico: la narrazione di una storia prevale sulla saggistica e sulla poesia, i numeri parlano chiaro.

Per provare a dare una delle tante spiegazioni possibili si può dire che il romanzo DIVERTE, ha sempre divertito il suo affezionato pubblico, in qualunque forma esso si presenti.

Ma attenzione, occorre essere attenti in questo specifico caso all’etimologia della parola DIVERTIRE: essa affonda le sue radici nella lingua latina e significa “de vertere, allontanare da, volgere lo sguardo da”, ovverosia allontanarsi dalla realtà per immergersi nel mondo della finzione e nei suoi percorsi, che occupano la mente di chi legge e lo aiutano a staccarsi dai suoi problemi, dal suo presente.

A dare questo significato alla parola fu Giovanni Boccaccio, il quale nella prefazione al Decameron scrisse di aver voluto narrare cento storie capaci di divertire il pubblico femminile, che nel XIV secolo aveva poche, per non dire nessuna, possibilità di uscire dalla quotidianità.

Il romanzo assolve da molti secoli a questa funzione, tanto che per raccontare la storia del romanzo occorrerebbero tempi e spazi assai più ampi di questo, ma ci piace pensare di regalare qualche pillola di questa storia a chi non la conosce.

Storia del romanzo, dal Medioevo all’era moderna

Per iniziare una storia del romanzo bisogna andare indietro nel tempo sino al Medioevo, dopo il fatidico Anno Mille, quando le attività dell’uomo ripresero le forze perdute in attesa della fine del mondo.

Il termine romanzo che noi moderni utilizziamo deriva dall’antico roman, termine con cui si indicavano componimenti in lingua d’oil basati sulla concezione cavalleresca. Erano spesso in poesia, più raramente in prosa, ma la materia era la medesima: il ciclo carolingio e quello bretone ne erano la compiuta realizzazione, con Carlo Magno e i suoi paladini, Re Artù con i suoi cavalieri, Orlando e Rinaldo, Lancillotto e Ginevra, la difesa della fede cristiana e la ricerca del Sacro Graal.

In questi testi si evidenzia il nucleo del futuro romanzo: essi non sono didattico-didascalici, non hanno la funzione di insegnare o educare, sono il primo passatempo letterario della storia ( senza dimenticare, però, la celebrazione di tutte le virtù incarnate dai cavalieri a cui i lettori avrebbero dovuto ispirarsi).

Purtroppo non ebbero grande seguito negli anni successivi: la storia del romanzo nel 1300/1400 lascia spazio alla storia della novella, il genere preferito in lingua volgare, e a quella dei poemi epici, dal 1400 sino alla fine del 1500.

I lettori del tempo antico, che erano pochissimi dato l’altissimo tasso di analfabetismo, non trovarono soddisfazione nel leggere storie con una trama articolata, con molti personaggi e numerose vicende, sino a quando Miguel de Cervantes, nel 1600, non riuscì a pubblicare in Spagna la storia di Don Chisciotte della Mancia (El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha). Era nato il romanzo moderno.

Il suo successo fu tale, nonostante le molte altre forme letterarie dell’epoca barocca, che altri scrittori “rubarono” il personaggio a Cervantes inducendolo a scrivere un seguito in cui farlo morire e bloccare così gli impropri emulatori.

L’età moderna aveva ormai soppiantato del tutto il Medioevo, la stampa a caratteri mobili di Gutenberg aveva sostituito la fatica degli amanuensi e permesso una maggiore circolazione di libri, il cui prezzo era comunque esorbitante, accessibile solo a pochi.

Ancora una volta la storia del romanzo subisce una battuta d’arresto, solo nel secolo successivo, il 1700, il genere si affermò come autonomo, indipendente e innovativo.

Furono le avventure di Robinson Crusoe e di Gulliver a conquistare un nuovo pubblico in Inghilterra, come fece Candide in Francia, insieme alle autobiografie dei viaggiatori (sempre realistiche, non sempre reali), agli epistolari e ai contes philosophiques.

L’Illuminismo aveva risvegliato la luce della ragione, ma messo in un angolo il senso del divertirsi, per cui al di là delle avventure di un naufrago o di viaggi incredibili era necessario cogliere il concetto filosofico che lo scrittore, Defoe, Swift o Voltaire, si pregiava di trasmettere.

Ben altro spirito animava le pagine di Walter Scott, in cui aleggiava un Medioevo leggendario centrato sul personaggio di Ivanhoe. Il suo sforzo di verosimiglianza col passato fu premiato dal successo del romanzo, che, nella veste di romanzo storico, ormai aveva tutti i crismi per essere definito moderno.

Storia del romanzo, l’età contemporanea

E in Italia?

Sino alla fine del 1700 il romanzo non suscitò interesse, si preferiva la produzione di novelle. Ma tutto cambiò alla fine del secolo, grazie a due autori diventati un punto di riferimento assoluto: Foscolo pubblicò “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”, romanzo epistolare sul modello di quelli francesi e tedeschi, Alessandro Manzoni pubblicò e ripubblicò “I promessi sposi”, romanzo storico sul modello inglese ma ricchissimo di spunti narrativi talmente moderni da lasciare ammutoliti non i suoi contemporanei, che ancora non potevano apprezzare, bensì i lettori di oggi, che ritrovano nelle sue pagine tutti i meccanismi narrativi fondamentali.

L’Ottocento è il secolo che fa da padre alla narrativa: la storia del romanzo si arricchì di spunti nuovi, aprì al romanzo sociale, a quello d’appendice, ai primi polizieschi, alla fantascienza (chi avrebbe allora immaginato che Verne avesse anticipato un futuro che si sarebbe concretizzato?), allo stile romantico, ai romanzi in serie, come la “Comédie humaine “ di Balzac.

Nella prima metà del secolo prevalse l’aspetto fantastico, al massimo verosimile, ma senza ambizioni di verismo, pensiero quest’ultimo che connoterà i romanzi della seconda metà del secolo, come quelli di Verga o di Zola, padre del romanzo sperimentale. Qui la parola riflette la vita, non giudica, non insegna, non filtra la realtà, ma la tratteggia con il massimo distacco possibile dello scrittore.

La vera svolta nella storia del romanzo si ha però tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento: chiunque ami questo genere narrativo non può prescindere dalla lettura delle opere di Svevo e di Pirandello, capaci di scavare nella psicologia umana delineandone i meccanismi consci e inconsci, inseriti di diritto nel novero degli scrittori che hanno fatto la storia del secolo scorso, insieme a Mann, alla Woolf, a Kafka, a Proust.

Da quel momento in poi, dopo gli anni bui delle guerre e delle dittature, la storia del romanzo assume una complessità tale da rendere ardua e opinabile ogni catalogazione. Il Neorealismo ha generato soprattutto in Italia, per motivi storico-politici e letterari, un ricco catalogo di opere a cui attingere, da Silone a Levi, da Sciascia a Pavese, da Cassola a Fenoglio, solo per citarne alcuni.

Dal secondo dopoguerra in poi, il “secolo breve” ha mostrato le sue caratteristiche di accelerazione anche nell’ambito narrativo, gli editori hanno iniziato a pubblicare generi storici (come il romanzo di formazione di Salinger) e altri del tutto nuovi (come il fantasy), con una diffusione sul mercato mai vista prima, né a livello quantitativo né qualitativo.

Il resto non è più storia del romanzo, è la sua attualità: oggi abbiamo solo l’imbarazzo della scelta, dai contenuti ai formati, ma non sempre è un bene, perché il mercato ha raggiunto un livello di saturazione irreversibile.

Se nel nostro paese solo quattro lettori su dieci leggono almeno un libro all’anno vuol dire che c’è ancora molta strada da fare, perché solo attraverso i lettori cosiddetti forti si può sperare di migliorare il livello culturale di un paese.

Leggere vuol dire crescere, vuol dire maturare consapevolezza, vuol dire essere capaci di formarsi delle opinioni conoscendo quelle altrui: per tutto questo e per molto altro è importante che la Giornata internazionale del libro diventi un appuntamento fisso e noto, e se insieme al libro qualcuno ci regalerà una rosa saremo doppiamente felici.

 

 

 

 

 

 

About Luisa Perlo

Luisa Perlo, Critico Letterario

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