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A Kazuo Ishiguro il Nobel per la Letteratura 2017

A Kazuo Ishiguro il Nobel per la Letteratura 2017

L’Accademia di Svezia ha annunciato il vincitore del premio Nobel per la Letteratura 2017: si tratta di Kazuo Ishiguro, scrittore di origine giapponese naturalizzato britannico, molto noto anche in Italia grazie alla pubblicazione in traduzione di numerose sue opere.

Due volte, dal 1901 ad oggi, il prestigioso riconoscimento è andato nel paese del Sol Levante, attribuito  nel 1968 a Yasunari Kawabata e nel 1994 a Kenzaburo Oe, come riconoscimento dell’attività letteraria svolta in quella che è stata la loro unica patria, il Giappone, e redatta nella loro lingua d’origine, il giapponese.

Per Kazuo Ishiguro la situazione è profondamente diversa, in quanto si trasferì al seguito della sua famiglia in Gran Bretagna a soli sei anni, rimanendovi poi definitivamente, tanto da diventare cittadino britannico nel 1982 e utilizzare l’inglese come lingua della comunicazione e della scrittura.

Tuttavia il Giappone è rimasto per lui un retaggio inossidabile, che ha condizionato il suo pensare e il suo agire, come lui stesso ha sostenuto in diverse occasioni, probabilmente a causa del fatto che i suoi genitori valutarono come temporaneo l’allontanamento dal paese d’origine, non immaginando che sarebbe diventato definitivo.

Nell’eleganza e nella raffinatezza di questo scrittore traspare il mondo orientale che assimilò nella sua infanzia, per quanto le ambientazioni delle sue storie facciano spesso riferimento all’Occidente adottivo, letto però con occhi diversi, attraverso un filtro che a noi non è dato possedere.

Gli Accademici hanno riconosciuto in lui uno scrittore “stratificato”, in cui alle corde nipponiche si uniscono quelle europee, in particolare gli spunti di Austen, Proust e Kafka: della prima immaginiamo il fascino avuto su di lui dalle ambientazioni inglesi, apparentemente fissate nel tempo ma in realtà pronte ad essere sovvertite da un magma sociale incandescente, del secondo Ishiguro ha fatto proprio il senso della memoria e del ricordo, che permettono all’uomo di arrivare ad una labile interpretazione del suo essere, del terzo ha colto la forza del surreale, applicato con successo alla quotidianità.

Il Giappone di Kazuo Ishiguro

Nascere a Nagasaki significa portare scolpita nella propria anima una parte di storia dell’umanità trasformatasi in una cicatrice perenne, che come tale richiama continuamente l’attenzione su ciò che l’ha provocata.

Kazuo Ishiguro, nato nel 1954, non ha visto né ascoltato il dolore nell’immediato, ma lo ha portato con sé rielaborandolo insieme alla sua famiglia, alla memoria di tutti coloro che, istantaneamente o a posteriori, morirono per le radiazioni.

Il ricordo si fa scrittura in “Un pallido orizzonte di colline”, la cui protagonista è Etsuko, una vedova giapponese che vive in Inghilterra e che sente giunto il momento per cercare risposte a domande rimaste in sospeso da troppo tempo e ridestatesi dopo il suicidio della figlia. E’ a Nagasaki che deve tornare almeno con la mente per scavare sotto macerie di vita che hanno sepolto le speranze di migliaia di persone, ma è una storia troppo complicata , troppo assurda se riferita ai parametri umani per permettere a Etsuko di trovare la pace interiore che tanto desidera.

E’ invece Ono, pittore in gioventù, ad essere la voce narrante in “Un artista del mondo fluttuante”, opera che ripercorre gli anni che hanno preceduto la guerra per sfociare in quelli seguenti e non individuare alcun legame logico tra i diversi momenti, se non quello che è l’individuo stesso, per la sua intrinseca imperfezione, a generare cambiamenti apparentemente privi di coerenza, come quelli che hanno portato lo stesso Ono ad interpretare vari ruoli nella sua esistenza.

E’ un Giappone in rapida evoluzione quello che Ono cerca di comprendere, analizzando se stesso attraverso un percorso di introspezione ben noto a chi abbia familiarità con gli scrittori giapponesi, per giustificare anche il suo essere passato da artista di successo a pittore misconosciuto ed ignorato.

Il passaggio ad occidente di Kazuo Ishiguro

Sono fondamentalmente due i romanzi ambientati in Gran Bretagna per i quali Kazuo Ishiguro è noto al pubblico dei lettori, “Quel che resta del giorno” e “Non lasciarmi”, entrambi dotati di tale potenza evocativa da essere stati trasformati negli omonimi film di successo.

Li lega un esile filo, la ricerca di un perché riferito al vivere dell’uomo, alle sue scelte nel mondo reale o in quello distopico generato dalla sua cecità.

Ciò che resta del giorno è in realtà ciò che resta da vivere al protagonista Mr. Stevens, un anziano maggiordomo coinvolto non da un computo matematico dei possibili giorni a sua disposizione, ma da un bilancio drammatico sulla sua esistenza, i cui momenti gli appaiono, a distanza di tanti anni, vuoti, inutili, privi di senso alcuno, di qualcosa che resti come significato del suo vissuto.

Dopo decenni di inappuntabile servizio, egli intraprende un viaggio di una settimana attraverso la campagna inglese per raggiungere Miss Kenton, un tempo governante a Darlington Hall dove è nuovamente richiesta la suo opera.

Nel corso di questo viaggio Mr. Stevens ripercorre a ritroso più di due decenni, raccontando da narratore interno questa vacanza, rendendosi sempre più conto di come abbia basato il suo rapporto di lavoro e di conseguenza le sue giornate su una serie di illusioni pronte a rivelarsi tali, lasciandogli soltanto un senso di ineluttabile rammarico per come ha condotto la sua esistenza.

Protagonista di questo romanzo è anche un’Inghilterra che non esiste più, quella degli anni Venti e Trenta, mentre appare atemporale quella che fa da sfondo a “Non lasciarmi”, sebbene i suoi vizi di fondo siano rintracciabili nella società odierna.

In un mondo distopico in cui vengono creati in laboratorio cloni umani destinati ad un futuro di donatori di organi, si conoscono tre bambini cresciuti all’interno del medesimo collegio, Hailsham, completamente isolato dal resto del mondo.

Cavie inconsapevoli di un esperimento scientifico volto a testare la loro creatività, destinati a una non-vita, Tommy, Kathy e Ruth stringono tra loro rapporti di amicizia e di amore, destinati però ad infrangersi contro il destino scritto per loro all’atto della loro creazione, impossibile da modificare.

Kazuo Ishiguro costruisce un dramma che rispecchia senza troppi sotterfugi narrativi il rischio di un futuro disumanizzante, in cui per l’individuo non esiste valore morale che non possa essere sacrificato in nome di una scienza che si serve dei deboli per giustificare i suoi progressi.

Leggendo queste opere, a cui si devono aggiungere i “Notturni” ed anche l’ultimo, epico “Il gigante sepolto” che richiama alla mente le saghe medievali, si condividono le motivazioni che l’Accademia ha sottolineato a corredo del premio, e cioè che  Ishiguro “nei suoi romanzi di grande forza emotiva ha scoperto l’abisso sottostante il nostro illusorio senso di connessione con il mondo“.

Siamo ancorati ad un mondo che lo scrittore ci rivela essere denso di trappole ed insidie, oltre che dominato dal male e dalla illusione, ma è quello che abbiamo avuto in sorte e non lo possiamo cambiare: conoscerlo, però, ci aiuterà a vivere con più consapevolezza ed autorevolezza.

 

 

 

 

 

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Luisa Perlo
Luisa Perlo, Critico Letterario

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