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Covid: le principali varianti e l’importanza delle vaccinazioni

Covid: le principali varianti e il loro impatto sulle vaccinazioni

Le varianti del virus Sars Cov-2 stanno cambiando il quadro epidemiologico della pandemia mettendo in discussione anche l’efficacia dei vaccini.

Soprattutto la variante inglese, considerata la più letale, sta cambiando anche l’RT, il cui limite di 1 è il riferimento di mutazione del colore regionale.

Ma con questa variante muterà l’attuale significato essendo stimato l’impatto aggiuntivo del 0,4-0,7.

Non a caso nell’ultimo DPCM l’incidenza diventa fattore decisionale per le misure di contenimento del virus.

“È importante fare chiarezza sulla realtà di quello che sta succedendo per quanto riguardo le varianti del virus e l’impatto che possono avere sulle vaccinazioni”, dice Claudio Zanon, Direttore Scientifico Motore Sanità.

Covid: le principali varianti

Le caratteristiche delle varianti sono variazioni probabilmente non casuali.

La maggior parte delle mutazioni quando si verifica uccide il virus o non causa alcun cambiamento.

Però negli ultimi mesi sono state individuate diverse nuove varianti del virus originale che sembrano determinare grandi cambiamenti nell’azione del patogeno e della sua contagiosità.

“Sono ormai note le varianti come quella inglese, sud africana e brasiliana.

In alcuni casi hanno sostituito le varianti esistenti e stanno diventando emergenti in molti paesi.

I miglioramenti nella sorveglianza del sequenziamento potrebbero spiegare in parte perché queste varianti stiano emergendo ora.

Ma alcune irregolarità nei loro schemi di comportamento suggeriscono che quelle mutazioni di queste varianti siano tutt’altro che casuali”, spiega Zanon.

“Le più famose sono state quella spagnola indicata come B1 177 che era diventata dominante in Europa soprattutto la scorsa estate.

Mentre dati recenti provenienti dal Regno Unito suggeriscono che la variante inglese può essere più letale dell’originale, anche se sono analisi preliminari.

Quella sud africana è simile a quella inglese però il cambiamento genetico di questa variante potrebbe iniziare a eludere il sistema immunitario.

Quindi anche la capacità dei vaccini di essere efficaci nei confronti di questa variante che è presente soprattutto in Sud Africa ma si sta espandendo nel resto del mondo”, dice Claudio Zanon.

“La variante brasiliana, origina da una variante di un antenato comune che sono le varianti: P1 e P2.

Soprattutto la P2, che ha questa mutazione E484K è la più preoccupante perché sembra che sia resistente a una parte dei vaccini”, dice Zanon.

Alcuni studi dicono che anche se la proteina Spike è motivo di preoccupazione,  non ci sono prove che il virus sia cambiato in modo fondamentale e che gli permette di mutare più rapidamente.

“Quello che in realtà sta facendo il virus è che nel complesso sta migliorando il suo essere virus.

Cioè l’adattamento a quello che è l’ospite, quindi l’uomo, e che in qualche maniera lui cerca naturalmente, come è normale in tutti i virus e di conseguenza diventa più infettivo “, spiega Zanon.

Gli anticorpi del vaccino bastano per le varianti?

“La domanda che tutti ci poniamo è se i vaccini che stiamo facendo riusciranno a coprire anche quella che è l’infezione delle varianti  tra cui quella inglese che in Italia sta diventando predominante.

Una ricerca spiega che per neutralizzare alcune delle nuove e diffuse varianti potrebbe servire una quantità di anticorpi maggiore di quella che proteggeva dalle passate infezioni.

Quindi gli anticorpi che vengono sviluppati nei pazienti grazie all’immunizzazione dei vaccini in alcuni pazienti soprattutto i più fragili  potrebbero non essere sufficienti in quantità e qualità da proteggerli dalle varianti del Covid.

Questo è una cosa molto preoccupante perché quello che noi cerchiamo di fare è proprio proteggere le persone più fragili e quelle più esposte quindi quelle che potrebbero patire di più il contagio del virus.

Sto parlando della popolazione anziana e della popolazione con patologie anche non anziana”, dice Zanon.

“Si è visto che nelle differenze delle coperture tra i vaccini verso le varianti, soprattutto nel caso della variante E484K che è quella brasiliana, vi sia un problema legato ai vaccini.

Sarebbe utile quindi capire perché sia in Brasile che in Sud Africa le percentuali di risposta nei confronti della popolazione siano diverse da quella statunitense.

Quindi in futuro bisogna fare attenzione alle infezioni in soggetti vaccinati o alle reinfenzioni di pazienti che sono stati già ammalati di Covid.

Questo per capire se effettivamente la protezione vaccinale è sufficiente o se le varianti stanno illudendo in parte quella è che la protezione vaccinale.

Di conseguenza capire anche se aiutano solamente in parte e se la copertura evita quelle che sono malattie gravi, le intubazioni e naturalmente la letalità della malattia.

Inoltre, in Brasile sono state individuate 2 persone che hanno avuto simultaneamente l’infezione da virus da 2 varianti diverse.

Ricordiamoci che questo può dare origine a una terza variante per il cosiddetto processo di ricombinazione di virus, molto simile a quello che è il processo di riassorbimento degli anti influenzali”, sottolinea Zanon.

Covid: i dati nelle Regioni

“Quelli che abbiamo purtroppo sono considerati dati abbastanza limitati che sono quelli della Protezione civile.

Questi dati sappiamo che hanno molti difetti quindi intanto gli eventi che segnalano sono riferiti soltanto alle persone con tampone positivo.

Poi una cosa molto importante, che abbiamo chiesto a più riprese ma per il momento non è possibile, non abbiamo informazioni sui flussi dei pazienti.

Sarebbe interessante sapere non solo quanti sono i nuovi positivi ogni giorno e quanti sono i deceduti ma capire quanti positivi vanno in isolamento e dall’isolamento passano poi all’ospedale e dall’ospedale alla terapia intensiva.

Oppure dei deceduti quotidiani quanti di questi vengono dalle terapie intensive quanti dai reparti normali”, dice Roberto Buzzetti, epidemiologo Clinico di Bergamo.

“In alcuni report dell’ultima settimana vediamo le persone che hanno fatto il tampone rapportate a 100 mila abitanti.

Quindi vediamo che le ragioni che stanno tamponando di più sono Toscana, Lazio e Campania mentre poco stanno facendo Bolzano, Veneto e Sicilia.

In questo momento l’Emilia Romagna è in seria crisi come numero di casi mentre le regioni come la Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta e Calabria sono abbastanza basse.

L’inclinazione di questa retta dà il rapporto tra positivi e tamponati ma dice solo che ogni tot di persone tamponate ce ne sono una certa quantità di positive.

Questo rapporto per il momento è massimo a Bolzano ed è minimo in Sardegna.

Questi sono i dati al 10 marzo 2021, le province più colpite nell’ultima settimana sono: Bologna, Brescia, Rimini, ForlìCesena e Udine.

Una cosa interessante è che non c’è neanche una provincia veneta mentre anche solo un paio di mesi fa erano quasi tutte province del Veneto.

Questo sembrerebbe un po’ testimoniare il fatto che l’infezione facilmente si sposta alle regioni vicine e ha delle fluttuazioni molto legate alla realtà locale.

Purtroppo dai dati che ci forniscono di solito non è possibile capire quanto stiano pesando le varianti.

Possiamo solo seguire la curva epidemica e cercare di notare se ci sono dei rialzi strani o delle accelerazioni strane”, dice Roberto Buzzetti.

L’importanza delle vaccinazioni

“Trovo che sia molto importante anche solo arrivare a una casistica inferiore a 100 casi.

Non è banale nel senso che non possiamo pensare di azzerare i casi.

Però, se riusciamo a tenerli a una soglia molto bassa, varianti o non varianti, siamo in grado di prendere questi pochi pazienti e tenerli sotto stretta osservazione tracciarli, isolarli e seguirli molto attentamente.

La marca del vaccino intanto non sembra influire molto sul numero finale di casi.

È molto importante mantenere le misure di contenimento, sia che non si vaccini, o si vaccini poco o tanto, ed è molto importante avere la massima velocità nel vaccinare.

Nel senso che se io riesco a fare 200 300 400 mila vaccinazioni quelle faccio, più ne faccio meglio è.

E così spengo l’epidemia nel più breve tempo possibile, se poi  arrivano le varianti queste verranno tenute sotto controllo più facilmente”, dice Buzzetti.

“Per quanto riguarda la temuta variante inglese, si dice che è più contagiosa ma sul fatto che sia più virulenta è tutto da vedere.

Personalmente penso che il fatto che colpisca di più i giovani dipende dal fatto che essendo più contagiosa si diffonde più velocemente.

Fra i giovani è di fatto asintomatica anche perché i giovani sono un po’ meno attenti alle misure di distanziamento e  ai dispositivi di protezione.

Quindi secondo me è soltanto per questo che si trova più frequentemente nei giovani la variante inglese.

Gli anticorpi citati dai vaccini disponibili funzionano anche per la variante inglese quindi possiamo stare abbastanza sereni.

È chiaro che è importante il tracciamento e sono importanti i sequenziamenti.

Poi ovviamente andare a isolare ed evitare che la presenza di nuove varianti come quella sudafricana o come quella sudamericana possano prendere piede, cosa che ovviamente non è facile.

Questo perché tanto maggiore è la presenza del virus che circola tanto sarà più facile che possono emergere delle varianti e che queste varianti possono essere resistenti agli anticorpi.

L’unica strategia quindi è quella di vaccinare tutti il più presto possibile con il primo vaccino che capita”, dice Antonio Cascio, Direttore Unità Operativa Malattie Infettive Policlinico “P.Giaccone” di Palermo.

“Io sono fiducioso, mi auguro che a settembre saremo tutti vaccinati e magari a novembre/dicembre si parlerà di farò un richiamo di vaccino magari con un vaccino che contenga diverse varianti.

Inoltre io sono per il cosiddetto patentino vaccinale, perché ci sono tante categorie di lavoratori che soffrono.

Trovo assurdo che le persone vaccinate non possono andare per esempio al cinema.

Quindi io sono favorevole per fare ripartire l’economia al più presto.

Patentino non solo per i vaccinati ma anche per coloro che hanno avuto naturalmente la malattia”, dice Cascio.

“È anche importante prendere esempio dall’esperienza che è stata fatta sul campo delle altre nazioni, mi riferisco soprattutto a Israele.

Questo ci dice che è fondamentale in questo momento fare una vaccinazione con l’unico vaccino disponibile ma nel più breve tempo possibile.

E quindi lo stimolo è anche da parte delle Regioni, che hanno o hanno avuto un maggior quantitativo di vaccino ma che sono indietro ad attuare delle strategie organizzative per cercare di utilizzare al più presto le dosi.

L’altro invito che stiamo cercando di fare alla nuova organizzazione nella logistica dei vaccini è quello di ridistribuire le dosi in base alla popolazione.

Perché questo è un altro problema che si è avuto nella prima fase.

Una disomogeneità nell’assegnazione delle dosi di vaccino che non sono state assegnate in base alla popolazione che doveva essere vaccinata ma con criteri che erano quanto meno discutibili.

Quindi una buona organizzazione, soprattutto che raggiunga prima i soggetti più fragili e vulnerabili, e poi tutti i soggetti nel più breve tempo possibile.

Bisogno anche fare presto e cercare di vedere sul campo quello che succede, perché tra quello che succede in vitro e quello che succede in vivo può esserci una differenza”, spiega Alberto Fedele, Componente Giunta Esecutiva SITI, Direttore UOC ASL Lecce , Servizio d’Igiene Sanità Pubblica.

“Un problema importante è che mancano i vaccini, perché se ci sono i vaccini noi abbiamo la capacità di reazione.

I dipartimenti di prevenzione e tutte le strutture sanitarie sono pronte a somministrarli rapidamente, almeno in quasi tutte le Regioni”, dice Onofrio Resta, Direttore UO Malattie Apparato respiratorio, AOU Consorziale Policlinico di Bari.

“Dobbiamo anche prepararci degli scenari, perché noi non abbiamo idea di come andrà a finire.

Non sappiamo se diventerà endemica, se riusciremo a vaccinare il mondo, anche perché c’è un problema di equità che è un problema serio e per questo è possibile che non se la si faccia.

E anche negli stessi paesi ci sarà sempre una quota non vaccinata: qualcuno che non lo vuole fare o non lo può fare.

Allora è importante fare degli scenari, cioè cosa può succedere, cosa potrebbe succedere e cosa dovrebbe succedere e a ognuno di questi scenari adattare una risposta.

Perché non è detto che sia tutto così chiaro.

Il mio dubbio quindi è, anche se questo strumento funziona perfettamente, non sono sicuro che eliminiamo completamente il virus solo attraverso la vaccinazione di tutto il mondo”, dice Stefano Vella, Adjunct Professor Global Health, Catholic University of Rome.

Il problema della globalizzazione

“Dall’altra parte dell’oceano parlano sì di varianti ma parlano anche di una di un terzo della popolazione ormai vaccinata e quindi di un alto livello di protezione.

Mi ha colpito una dichiarazione di Fauci che ha creato un parallelo tra l’infezione da HIV e il Covid.

Cioè non si parla di noi in senso stretto ed egoistico, dobbiamo arrivare ad avere una strategia globale che scavalca veramente le frontiere.

Dobbiamo provare ad arrivare ad avere quella massa critica che si è avuta nella lotta contro l’Aids.

In quel caso ci fu una coscienza collettiva che ancora nei confronti del Covid non è scattata”, dice Resta.

“Il discorso sulla globalizzazione di superare i confini nazionali è un discorso molto caro.

Non si può dimenticare che in tutte le malattie c’è una componente genetica, una legata allo stile di vita e una legata all’ambiente.

L’ambiente non è solo micro biologico, chimico, fisico ma è anche ambiente sanitario ed educativo.

Quindi non possiamo pensare di contenere le cose entro certi confini anche perché se non vogliamo farlo per altruismo dovremmo farlo anche solo per furbizia.

Il nostro primario interesse è che tutto il mondo sia vaccinato.

Perché se ci vacciniamo solo noi ma poi arrivano da fuori la cosa ricomincia”, dice Buzzetti.

“ Infatti la globalizzazione è un problema reale, è un problema che bisognerebbe discutere anche dal punto di vista etico.

Il fatto è che i vari stati che hanno finanziato la ricerca per i vaccini presenti sul mercato, se prima non finiranno di vaccinare le proprie popolazioni difficilmente consentiranno la produzione fuori dal proprio territorio.

Anche perché tutto questo ha dei tempi tecnici non indifferenti e quindi il raggiungimento degli obiettivi sarà sempre più difficile.

Ogni stato attualmente sta guardando solo la propria sfera patrimoniale”, dice Resta.

Trasmissione del virus dopo il vaccino

“Le linee guida dicono che anche se ti sei vaccinato, soprattutto dopo la prima dose, devi stare attento perché tu potresti comunque incontrare il virus.

Questo perché il virus potrebbe entrare nelle vie respiratorie fare un piccolo ciclo replicativo dopo di che viene ammazzato dal sistema immunitario, però ci può mettere 2/3 giorni.

Perché non c’è l’immunità alla porta di entrata che sarebbe la nostra gola, non è immediata deve rispondere all’ingresso del virus.

Anche nelle persone vaccinate dopo un contatto importante con una persona portatrice, il virus potrebbe anche essere trasmesso però per breve tempo.

Per questo speriamo che i vaccini poi blocchino anche la trasmissione del virus.

Non abbiamo la verità ma pensiamo che il vaccino protegga anche dalla circolazione del virus.

Però in un singolo individuo potrebbe in un certo senso “scappare” per 2/3 giorni.

Quindi bisogna stare comunque attenti , questo vuol dire che anche se sei vaccinato di non andare in giro a fare assembramenti senza mascherina.

I vaccinati obiettivamente una malattia seria, in qualsiasi parte del mondo non se la sono fatta, salvo qualche raro caso.

Questa è una cosa importante da dire per tranquillizzare le persone, se sei vaccinato non rischi di finire intubato.

Al massimo puoi essere infettato e trasmettere per 3 giorni, ma nella maggior parte dei casi ovviamente non succede.

Quindi bisogna sicuramente vaccinare, non c’è niente da fare”, dice Vella.

Covid: conclusione

“Sicuramente dobbiamo mantenere i sistemi di distanziamento e le mascherine anche in futuro perché la prevenzione è fondamentale.

La seconda questione che è emersa è che bisogna fare il vaccino il più velocemente possibile.

Perché ritardando le vaccinazioni possono aumentare anche le varianti.

E se aumentano le varianti andiamo incontro a una situazione che diventerebbe più difficile e più complicata.

Andando incontro anche all’aumento di contagiosità e l’aumento di morti.

Quindi è importante ribadire che tutti i vaccini sono validi quindi quelli che arrivano da noi dobbiamo farli al più presto.

Lo dimostrano anche le altre nazioni, i vaccini possono variare di efficacia a seconda della situazione contingente e della variante nei vari paesi ma di fatti tutti i vaccini sono validi.

È anche vero che le varianti possono causare un’infezione ma sarebbero infezioni più lievi e quindi non si rischia la vita.

Un’altra questione fondamentale è che le vaccinazioni devono essere uniformi nelle varie regioni.

Quindi la distribuzione dei vaccini deve essere equa e uniforme anche in Europa.

E soprattutto la quantità di vaccini promesse devono arrivare.

Le aziende devono ottemperare gli impegni presi a livello europeo anche perché molte nazioni a livello europeo hanno messo dei soldi per sviluppare i  vaccini e hanno contribuito al loro sviluppo.

Quindi mi sembra giusto che quelli che sono stati gli impegni vengano mantenuti”, conclude Zanon.

About Emma Rota

Laureanda in Scienze della Comunicazione, da sempre curiosa e affamata di nuove esperienze. Viaggia ogni qual volta le sia possibile, legge, si documenta, osserva quanto la circonda arricchendo così il suo bagaglio personale di conoscenze. Grande appassionata di moda e di tutto ciò che riguarda il settore. Cresciuta in mezzo alla natura, è un’autentica amante degli animali, attenta e rispettosa nei confronti dell’ambiente.

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