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Diritti. Cosa succede se decido di non vaccinare mio figlio?

Diritti. Cosa succede se decido di non vaccinare mio figlio?

Ultimamente il verbo “ vaccinare ” è sempre più nell’occhio del ciclone: ormai ovunque, soprattutto in internet, si moltiplicano coloro che li demonizzano. Li si stigmatizza come categoria, e lo si fa con una forte avversione ideologica. Mai prima d’ora il fronte antivaccinazioni aveva raccolto così tanti consensi: una recente indagine ha svelato che nelle 40.000 pagine di Facebook in cui si parla di vaccini, quelle dove se ne traccia un profilo negativo sono il 95%. Se queste campagne denigratorie stanno conoscendo un successo mai visto è anche a causa dei molti scandali che si sono succeduti in questi anni e che hanno portato il grande pubblico a maturare un atteggiamento di diffidenza, se non di vera e propria paura.

Quel che si può dire con certezza è che la maggior parte delle argomentazioni che condannano i vaccini è fasulla: colpa anche del Sistema Sanitario Nazionale che non ha mai garantito una informazione obiettiva. Basti pensare alla confusione che regna intorno al Papilloma Virus: solo pochi anni fa, nel recentissimo 2006, EMEA (European Medicines Agency) e AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ne hanno autorizzato la vaccinazione, la prima che promette un’ottima (anche se non assoluta) protezione dal cancro al collo dell’utero HPV-dipendente.

Tuttavia, non ne è stata prevista l’obbligatorietà in nessun documento, informando solo che è gratuito per le bambine che hanno compiuto il 12° anno d’età. Lo stesso Ministero della Salute, nella circolare del 24 aprile 2014 si limita a ribadire che “che la vaccinazione anti-HPV non sostituisce l’abituale screening del collo dell’utero, dal momento che nessun vaccino ha un’efficacia pari al 100% e non protegge da ogni tipo di HPV né da infezioni preesistenti da HPV. Infine, si evidenzia l’opportunità della tempestiva e corretta segnalazione degli eventuali eventi avversi a vaccinazione, come da normativa vigente”. Nulla di più: normale che in materia gli interrogativi continuino ad essere tanti.

Attualmente le certezze sono poche. I vaccini obbligatori sono 4: antidifterica (l. 6 giugno 1939, n. 891; l. 27 aprile 1981, n. 166); antitetanica (l. 20 marzo 1968, n. 419); antipoliomielitica (l. 4 febbraio 1966, n. 51); antiepatite virale B (l. 27 maggio 1991, n. 165). Tutti gli altri sono facoltativi, anche se il Sistema Sanitario Nazionale ne favorisce l’uso e garantisce la gratuità. Sul punto, una precisazione ulteriore è, però, d’obbligo: sono almeno altri cinque i vaccini considerati necessari dal Ministero della Sanità e inseriti nel calendario vaccinale, due dei quali (haemophilus b e pertosse) vengono iniettati insieme ai quattro obbligatori, nel cosiddetto esavalente, comunemente praticato, che va quindi ben oltre gli obblighi imposti dallo Stato.

Vaccinare o no. Dipende dal Paese

Tra i 29 Paesi europei (27 dell’Unione, più Islanda e Norvegia) in 15 nazioni non esistono vaccinazioni obbligatorie, mentre in altre 14 ne esiste almeno una. L’obbligatorietà è difesa in alcuni paesi con provvedimenti legislativi molto diversi (conseguenze penali per i genitori, sanzioni pecuniarie, o difficoltà a frequentare le scuole pubbliche) o può essere molto più mite, con sanzioni solo teoriche e mai applicate, permettendo in pratica l’obiezione e l’adozione di calendari vaccinali alternativi. Anche i programmi di vaccinazione differiscono considerevolmente: sono diversi i vaccini, il tipo utilizzato, il numero totale di dosi, e la tempistica delle somministrazioni.

Vaccinare è un obbligo? La situazione in Italia

In Italia, in passato, decidere di non vaccinare i propri figli era considerato reato e i bambini non vaccinati non potevano frequentare le scuole, i genitori erano segnalati ai tribunali dei minori per una verifica dell’idoneità genitoriale. Oggi non è più così. Molte Regioni, dopo la riforma del titolo V della Costituzione, hanno emanato propri decreti e regolamenti, tanto che il Veneto ha temporaneamente sospeso l’obbligatorietà, e la maggior parte delle altre (Lombardia, Prov. di Trento, Piemonte, Toscana, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Umbria, Sardegna) ha deciso di non sanzionare i genitori che rifiutino questa pratica. Il rifiuto non compromette la frequenza scolastica, a nessun bambino può essere impedito di frequentare il nido d’infanzia, la scuola materna, la scuola dell’obbligo, anche se all’atto dell’iscrizione viene richiesto il certificato o copia del libretto vaccinale.

Proprio in quanto, come precedentemente detto, alcuni vaccini sono comunque obbligatori, l’ASL non ha alcun obbligo legale circa l’invio di comunicazioni: il calendario vaccinale, infatti, è pubblico e aggiornato regolarmente. I genitori, pertanto, devono prenderne atto, senza pretendere sollecitazioni o telefonate, fermo restando che l’obiezione è sempre e comunque possibile: occorrerà dimostrare che la scelta di non vaccinare i propri figli è frutto di una meditazione attenta e di un’informazione consapevole.

Che cosa visogna fare se si decide di non vaccinare i bambini

Volendo procedere per gradi, è necessario:

  • comunicare le motivazioni della scelta di non aderire alla proposta vaccinale tramite raccomandata AR da inviare all’ASL e per conoscenza al sindaco: in questo documento si evidenzierà il carattere temporale della decisione (basta scrivere “PER ORA”) e se ne indicheranno i motivi sottolineando la carenza informativa sulla sicurezza dei vaccini e sui rischi delle reazioni avverse. Questa è la fase più importante dell’obiezione c.d. attiva. A tal proposito, è bene ricordare che l’art. 13, l. n. 833/1978 ha stabilito che il sindaco è la massima autorità sanitaria locale e, in quanto tale, può concedere un esonero. Si tratta di un punto di non poco conto: non sussiste una categoria di soggetti per i quali norme di legge o di altro tipo stabiliscano un generale esonero dalle vaccinazioni; sono i genitori che, attraverso acrobazie burocratiche come quelle oggetto di descrizione, si regolano autonomamente in tal senso;

  • presentarsi agli eventuali colloqui a si verrà invitati da parte dell’ASL: il colloquio è un momento di confronto con i medici e i funzionari dell’ASL per spiegare la propria posizione. Non è richiesta una competenza medico-scientifica, non è un esame ma semplicemente un momento in cui si potranno esprimere, da genitori, le perplessità, i dubbi, i timori delle reazioni avverse;

  • compilare il modulo di dissenso informato: in questa fase il livello di attenzione deve essere massimo. Si tratta, infatti, di un documento con il quale i genitori ammettono, in sostanza, di aver ricevuto dall’azienda una informazione completa ed esaustiva sull’argomento e dichiarano di non accettare dell’iter vaccinale per un banale rifiuto ideologico. Come si può comprendere si tratta di un momento molto delicato: ecco perché per fugare ogni dubbio si può fare riferimento alle Associazioni e a quanti forniscono le corrette informazioni su questi argomenti.

Vaccinare i bambini, che cosa dice il Piano Nazionale

Facile comprendere di trovarsi di fronte a un panorama frastagliato e dominato dall’incertezza, in cui si colloca – come possibile strumento di orientamento – il Piano Nazionale Vaccini 2016-2018. I principali miglioramenti che intende apportare sembrano essere mirati a mantenere lo stato polio-free, raggiungere lo stato morbillo-free e rosolia-free, garantire l’offerta attiva e gratuita delle vaccinazioni nelle fasce d’età e popolazioni a rischio, passando per le possibili sanzioni agli operatori e il possibile obbligo per poter andare a scuola. “Aumentare l’adesione consapevole, contrastare le disuguaglianze, completare l’informatizzazione delle anagrafi vaccinali, migliorare la sorveglianza delle malattie prevenibili, promuovere nella popolazione generale e nei professionisti sanitari una cultura delle vaccinazioni, sostenere, a tutti i livelli, prevedere interventi sanzionatori qualora sia identificato un comportamento di inadempienza, attivare un percorso di revisione e standardizzazione dei criteri per l’individuazione del nesso di causalità ai fini del riconoscimento dell’indennizzo e favorire la ricerca e l’informazione scientifica indipendente sui vaccini”. È quanto si legge nel documento che sottolinea anche l’importanza di dare risposte e proporre soluzioni “per l’innovazione tecnologica, per lo sviluppo di nuovi vaccini, per la possibilità di combinare antigeni in maniera diversa e migliore dell’attuale”.

Vaccinare potrebbe diventare un obbligo per tutti in caso di emergenza

Nel Piano si evidenziano anche alcune raccomandazioni del Comitato Nazionale di Bioetica (Cnb) che rimarca come occorre “porre in essere, in caso di situazioni di allarme, azioni ripetute e adottare provvedimenti di urgenza ed eventuali interventi legislativi necessari a ripristinare o raggiungere un livello accettabile di sicurezza sanitaria (…)”, mediante “una copertura vaccinale ottimale attraverso programmi di educazione pubblica e degli operatori sanitari, non escludendo l’obbligatorietà in casi di emergenza”.  Per questa ragione il documento, oltre a presentare il nuovo Calendario nazionale delle vaccinazioni attivamente e gratuitamente offerte alla popolazione per fascia d’età, contiene capitoli dedicati agli interventi vaccinali destinati a particolari categorie a rischio (per patologia, per esposizione professionale, per eventi occasionali).
Vengono anche individuate alcune aree prioritarie di azione, allineate con i documenti prodotti a riguardo dall’OMS (“Decade dei Vaccini 2011-2020” e EVAP), una serie di obiettivi specifici ed i relativi indicatori di monitoraggio, tenendo conto delle specifiche necessità e delle criticità registrate nelle Regioni e nel Paese durante i cicli di programmazione precedenti.

Per ora, resta certo che la confusione e l’incertezza in materia sono ancora notevoli e – sembra – non risolvibili nel breve periodo.

About Maura Corrado

Maura Corrado
Nata e cresciuta in un paesino in provincia di Lecce, nel meraviglioso Salento, dopo gli studi classici si laurea in giurisprudenza, ma la passione per la scrittura non mi ha mai abbandonata. Ha scritto per periodici e quotidiani locali, coltivando il sogno di una carriera in ambito giornalistico. Il 2011 è l’anno della svolta: si classifica al primo posto nel concorso di scrittura Lo scrivo io, organizzato da La Gazzetta del Mezzogiorno e nel luglio di quello stesso anno consegue il tesserino da giornalista pubblicista. Lo stage presso la casa editrice giuridica “Giuffrè Editore”, le permette di unire gli studi giuridici con l’amore per la scrittura e di apprendere nuove competenze nell’abito dell’editing. A luglio 2014, l’incontro con Il Font e la nascita di una collaborazione feconda.

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