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Orna Donath, donne pentite della maternità

Orna Donath, donne pentite della maternità

Quando dieci anni fa la sociologa israeliana Orna Donath iniziò una ricerca durata cinque anni sul concetto di non-maternità, probabilmente non immaginava quanta risonanza essa avrebbe avuto non solo nel suo paese, ma anche al di là dei suoi confini.

Confluita in un testo tradotto in varie lingue, ha dato origine ad un dibattito senza esclusione di colpi su quello che è forse l’unico campo in cui le donne non debbono rincorrere un primato maschile, ovvero quello della maternità.

Essere madre non è equivalente all’essere padre, è un legame viscerale che agli uomini non è dato neppure comprendere a fondo, perché si instaura in un  tempo lunghissimo, che ha nel parto la sua naturale conclusione. Anche a livello sociale la differenza è profonda: un uomo che non voglia diventare padre è accettato senza riserva, una donna che non voglia diventare madre è colpevolizzata.

Orna Donath, che ha 42 anni e non ha figli, si è chiesta se, in tutte le donne che l’hanno provata, la maternità abbia dato lo stesso risultato, un senso di completamento del proprio ruolo anche sociale, un banco di prova per testare le proprie capacità di accudimento a scapito degli interessi personali, una serie di rinunce vissute con la serena rassegnazione di chi pensa che un sorriso del proprio figlio faccia scordare ogni altro desiderio.

Sulla base del lavoro sul campo svolto come sociologa, la Donath pensava che così non fosse e le risposte date da ventitrè donne campione per la sua ricerca le hanno dato ragione: ci sono donne che, se potessero tornare indietro, non farebbero la stessa scelta.

Da queste premesse è nato “Pentirsi di essere madri”, la traduzione italiana di “Regretting Motherhood” (diventato un hastag), una sorta di slogan per rivendicare il diritto ad esprimere i propri reali sentimenti.

Orna Donath dà voce al pentimento per la maternità realizzata

Ogni donna, nel momento in cui si appresta ad entrare come elemento attivo nella società in cui vive ( che sia più o meno avanzata non fa la differenza), è posta nella condizione di relazionarsi col concetto di maternità.

I riscontri concreti che ne possono derivare sono diversi: si può voler e poter diventare madri ed esserne felici o non poterlo diventare  e viverlo come una profonda ingiustizia, una privazione innaturale. Nella società attuale è solo parzialmente sdoganata una terza possibilità, quella di non voler diventare madri, rinunciando consapevolmente alla maternità a favore di altri interessi, ma non si concepisce il fatto che una donna possa pentirsi di esserlo diventata, possa definire sbagliata la propria scelta di vita (pur amando moltissimo i propri figli, questo assioma non è messo indubbio).

E’ su quest’ultimo aspetto che Orna Donath ha costruito il suo lavoro, muovendosi  per altro in una società, quella israeliana, in cui la media è di tre figli a coppia, molto più alta che in paesi come l’Italia.

La sua lettura della realtà è stata prettamente sociologica, non ha indagato, per sua precisa volontà, l’ambito psicologico in cui maturano certe riflessioni, rimanendo strettamente legata al concetto del rapporto individuo/società.

Le donne sono state da sempre cresciute col dovere di diventare madri, perché è un dettame di natura che permette il permanere della razza umana, un fatto talmente ovvio e scontato da non poter essere messo in discussione. Sono trascorsi cinquant’anni dalle manifestazioni femministe in cui le donne sfilavano al grido di “Io sono mia!”, eppure la scelta di non essere madri ancora viene stigmatizzata a livello sociale ( la Donath riporta la sua esperienza personale: a 16 anni decise che non avrebbe avuto figli ma nessuno le credette né allora né in seguito, tanto che continua ad essere incalzata da frasi come “Datti da fare o sarà troppo tardi” o “Te ne pentirai, ti pentirai di non essere diventata madre”).

Ma il pentirsi della propria maternità è  ancora considerato un tabù, simbolo della incapacità di amare e di essere felici per il dono ricevuto.

Le donne che provano questo sentimento tacciono per paura delle critiche, crescono i loro figli come straniate, amandoli ma desiderando solo che arrivi in fretta il momento in cui essi saranno autonomi ed esse potranno riappropriarsi della loro vita.

Ma questo non va detto: la maternità è sacra, è immorale non esserne gratificate, perché si diventa madri per sempre, a scapito del proprio essere donne.

Che il considerare la maternità appagante costituisca la norma è evidente, non occorre un’indagine sociologica per dimostrarlo, ma la sua confutazione non è ciò che Orna Donath vuole fare, anzi: il suo intento è solo quello di dar voce ad una minoranza di donne, le quali hanno il diritto di poter esprimere il proprio vissuto senza sentirsi condannate dal sentire comune, che lo considera invece un tabù.

Orna Donath ci illustra la possibilità che l’amore per i figli e il rimpianto di averli avuti possono coesistere

Nella società odierna, che ancora segue un atavico modello patriarcale, la Madre ha un ruolo fondamentale proprio e soltanto per il suo essere tale, e non donna: la maternità appaga, dona gioia e amore, ma nello stesso tempo opprime, impedisce alla madre di mantenere il suo spazio di manovra sociale, il livello di autonomia precedente, facendo maturare sentimenti di frustrazione e insoddisfazione.

La donna può nutrire un sentimento ambivalente, ma non può dichiarare apertamente la sua convinzione di aver sbagliato la sua scelta.

La sociologa ritiene che la società debba invece accettare un posizionamento emotivo di rimpianto, senza condannarlo, senza farlo percepire come un sentimento illecito.

La ricerca di Orna Donath permette di conoscere un aspetto dell’universo femminile che le stesse donne faticano ad accettare perché è considerato capace di mettere in pericolo l’ordine sociale, motivo per cui non bisogna nemmeno parlarne.

Avere dei figli è un’esperienza unica, capace di generare un amore assoluto, ma non è sempre meravigliosa, nel corso del tempo. Ci sono donne capaci di accettare e superare ogni difficoltà, ma ce ne sono altre per le quali il prezzo da pagare è troppo alto, che non diventano per questo cattive madri, ma tolgono i veli dalla sublimazione della maternità, riportandola ad una esperienza quotidiana non sempre e non per tutti appagante.

Affrontando la lettura di “Pentirsi di essere madri” non bisogna commettere il grave errore di generalizzare, né sentirsi toccati nelle proprie convinzioni o nel proprio vissuto: occorre invece cercare di essere più aperti alle esperienze diverse dalle proprie, capendo che ogni storia ha una sua ragione di essere e la voce delle minoranze, per quanto esigue, deve essere ascoltata.

Orna Donath, donne pentite della maternitàAUTORE : Orna Donath

TITOLO : Pentirsi di essere madri

EDITORE : Bollati Boringhieri

PAGG. 206,   EURO 23,00 (disponibile in versione eBook , euro 9,99)

About Luisa Perlo

Luisa Perlo
Luisa Perlo, Critico Letterario

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