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Diabete tipo 2: attività fisica strutturata e dieta fanno la differenza

Diabete tipo 2: attività fisica strutturata e dieta fanno la differenza

Non basta fare “movimento” o affrontare una semplice “dieta” per tenere sotto controllo il diabete tipo 2 che nel nostro Paese colpisce quasi 5 milioni di persone (dati ISTAT 2016: circa 4 milioni di soggetti con diabete noto e più di 1 milione che non ha percezione della malattia).

Per questo gli esperti non si stancano di ripetere che possiamo fare prevenzione intervenendo sugli stili dDiabete tipo 2: attività fisica strutturata e dieta fanno la differenzai vita, che, se non corretti, possono diventare fondamentali nel determinare la malattia insieme ai  fattori genetici che predispongono al diabete tipo 2.

Diabete tipo 2: perché cambiare stile di vita

“Quest’ultimo è molto sensibile alle buone abitudini quali una sana alimentazione e un’attività fisica regolare che riducono in maniera significativa l’insulino resistenza creando un migliore assetto metabolico. L’attività fisica, diventa dunque uno strumento di gestione del diabete ancora più efficace della terapia farmacologica. Il lavoro muscolare infatti consuma zucchero abbassando di conseguenza i valori glicemici e migliorando in modo considerevole la sensibilità all’insulina”, spiega Renata Ghelardi, Responsabile Centro di diabetologia dell’ASST di Melegnano-Martesana di San Giuliano Milanese.

Covid-19 e diabete tipo 2: bionomio pericoloso

“In questi mesi”, dice Bruno Solerte, Professore di Medicina Interna all’Università di Pavia. “Il paziente diabetico è stato spesso oggetto di particolare attenzione in quanto soggetto fragile esposto all’infezione da Sars-Cov-2, viste anche le gravi conseguenze, soprattutto a livello cardiovascolare e nefrologico, a cui è esposto. Il diabetico, infatti, è molto a rischio a causa del suo substrato biochimico che attira il virus, così come avviene negli anziani. Questa tipologia di soggetti deve pertanto essere controllata più attentamente”.

Muoversi non basta, occorre un’attività strutturata

L’attività fisica deve essere eseguita in maniera regolare: non è sufficiente muoversi, per esempio per le faccende domestiche, ma è necessario svolgere un movimento ripetuto, regolare, fatto con l’obiettivo di produrre un’attività regilare e strutturata. Solo così è possibile ottenere gli effetti voluti e ridurre in maniera importante il rischio di sviluppare il diabete. Ma come?

“In generale si consigliano almeno 150 minuti a settimana di attività fisica aerobica di moderata intensità, suddivisa in tre giornate”, spiega la dottoressa Gelardi. “Importante non fare passare più di 2 giorni senza muoversi.  Ci deve essere un incremento graduale nel tempo.  L’efficacia maggiore per ciò che riguarda la glicemia, si ha mediante una combinazione tra attività aerobica e attività contro-resistenza. Poi ovviamente dipende dal tipo di paziente e dalle terapie in corso. Ricordiamoci che tutti possono fare attività fisica: anche le persone disabili a seconda della loro disabilità, vengono indirizzate ad esercizi personalizzati. Queste raccomandazioni sono molto importanti soprattutto in questi mesi successivi al lockdown: a seguito di questa fase, abbiamo notato gravi regressioni. Adesso consigliamo di riprendere almeno un’attività aerobica, con camminata e corsa. Si può anche partire con una camminata tra i 20 e i 40 minuti, fatta con ritmo sostenuto. Anche piccole attività casalinghe possono aiutare, come alzarsi da una sedia per 20 ripetizioni, fare i pesi con le bottiglie d’acqua o altri movimenti semplici , purché ben strutturati e svolti regolarmente”.

Prevenire il diabete tipo 2 con l’alimentazione

L’isolamento forzato ha condizionato anche l’altro cardine dello stile di vita che influisce sulla prevenzione e sulla cura del diabete: l’alimentazione con effetti diversi.

Ci sono stati casi in cui l’alimentazione ha beneficiato della quarantena: maggiore attenzione nella spesa, la regolarità nei pasti, cottura di piatti più sani sono diventate spesso pratiche diffuse. Per questi soggetti adesso l’importante è non perdere le buone abitudini.

“L’alimentazione è fondamentale per mantenersi in salute, controllare il peso e correggere l’eventuale iperinsulinismo”, commenta Nadia Cerutti, responsabile dell’UOSD Medicina a indirizzo dietologico di ASST Pavia. “La dieta mediterranea rimane la più indicata perché privilegia alimenti di origine vegetale, cereali integrali, tutti cibi che siamo sempre meno abituati a mangiare, spesso perché richiedono tempi lunghi nella preparazione. Bisogna poi puntare sulla qualità degli alimenti: ciò non implica necessariamente costi superiori, anzi, in alcuni casi, come per esempio i legumi al posto della carne, economicamente può venirne fuori un risparmio. La dieta mediterranea e i cibi che il nostro territorio ci mette a disposizione devono essere sempre il primo punto di riferimento. Esistono anche terapie dietetiche, come la dieta chetogenica, da prescrivere a pazienti particolari mediante protocolli specifici da seguire sotto stretto contatto medico”.

Il ruolo del nutrizionista

Parlare di alimentazione non rientra nei compiti ordinari del diabetologo, il ruolo del nutrizionista nel paziente diabetico è fondamentale, affinché a parlare di alimentazione sia chi ha una formazione specifica, il che non significa dare una dieta prestampata, ma programmare nel tempo degli incontri regolari, anche per risolvere eventuali problemi contingenti. “Bisogna tenere conto anche della componente psicologica”, conclude Nadia Cerutti. “Molte persone, alla prima visita diabetologica, temono di affrontare il discorso nutrizionale, poiché pensano di dover stravolgere le loro abitudini, magari di non poter più mangiare pasta o di non poter mettere lo zucchero nel caffè. L’alimentazione fa parte dello stile di vita di un paziente. L’obiettivo deve essere quello di cambiare le cattive abitudini, non si può intervenire con degli stravolgimenti nella vita degli individui”.

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