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Stress e pandemia: ecco perché abbiamo sempre più bisogno del silenzio

Stress e pandemia: ecco perché abbiamo sempre più bisogno del silenzio

Praticare il silenzio e allenare l’auto-consapevolezza sono azioni-chiave per il nostro benessere individuale e collettivo.

A spiegarlo sono stati scienziati da tutto il mondo intervenuti a ICONS, la Conferenza Internazionale sulla Neurofisiologia del Silenzio della Fondazione Patrizio Paoletti.

Infatti, ricercatori ed esperti hanno studiato, con un approccio multidisciplinare, una condizione ambientale che nella nostra società diventa ogni giorno più rara, ma che può portare grandissimi benefici alla salute psico-fisica.

Stress e pandemia: imparare a gestire lo stress

Il silenzio e il rumore non sono solo condizioni ambientali, ma sono anche condizioni interiori.

Più stimoli riceviamo dall’esterno, più il nostro cervello è impegnato in un rimuginio costante, che aumenta il nostro livello di stress e non ci permette di rispondere lucidamente alle sollecitazioni che riceviamo.

Il mondo attuale ci presenta un’enorme quantità di “rumore”, stimoli e informazioni che giungono continuamente nella nostra quotidianità specialmente attraverso il web e le nuove tecnologie.

La pandemia ha accentuato enormemente questo fenomeno, esponendoci ad altissimi livelli di stress.

Pensiamo specialmente alle persone più fragili come i bambini e gli adolescenti, ma anche a tutti i professionisti dell’ambito sanitario che hanno vissuto in prima linea l’emergenza.

“La pandemia ha reso ancora più complesso tutto questo, anche perché ci ha distanziati ancora di più da noi stessi e dagli altri.

Rinchiudendoci e impedendoci di uscire per incontrare l’altro ci ha spinti ha un uso estremo dei device, strumenti che hanno aumentato il rumore.

Quindi quello che tutti noi dobbiamo impegnarci a fare è costruire continuamente nuovi ponti di relazione.

Per cercare, almeno in parte, di recuperare il gap che è stato  creato da questa situazione e tornare a dare rilievo all’importanza dell’incontro.

In quanto privati di questo noi siamo privati di noi stessi”, dice Patrizio Paoletti, presidente della Fondazione e ideatore di ICONS.

Il silenzio è uno strumento scientificamente testato per imparare a gestire lo stress, migliorare la qualità della vita e delle relazioni sociali.

Ed esistono molte tecniche per allenarlo.

“Le neuroscienze ci confermano il valore dell’auto-consapevolezza in questi tempi di crisi.

È scientificamente provato come frequentare il silenzio e osservare noi stessi favorisca nel nostro cervello:

  • i processi del distacco dagli effetti di stress
  • la distanza dalle nostre identificazioni con le problematiche che ci raggiungono
  • e quindi la capacità di auto-determinarci a scegliere per noi e per gli altri i comportamenti più vantaggiosi”, dice Paoletti.

I benefici del silenzio

Gli effetti benefici della pratica del silenzio sono dimostrati scientificamente.

Esistono strutture cerebrali della bellezza, schemi di percezione che si ritrovano anche nelle espressioni più arcaiche dell’umanità e che vengono attivate quando ci troviamo nel silenzio esteriore e interiore”, dice Mark Elliott (School of Psychology, National University of Ireland).

Per fare fronte alla crescente complessità, il cervello fa continuamente predizioni.

L’alta mole di stimoli che riceviamo oggi fa sì che queste predizioni vengano molto spesso disattese con conseguente sofferenza.

Coltivare il silenzio, al contrario, serve a calmare questa attività predittiva e orientarla in modo più consapevole”, spiega Ruben Laukkonen (Vrije Universiteit Amsterdam).

“Il silenzio è la fonte prima della nostra vita.

Infatti, quando c’è silenzio, nella nostra mente nasce la capacità dell’ascolto e di fare chiarezza.

Mentre dove il rumore diventa assordante la nostra mente perde la sua lucidità e la capacità di guardare le cose in modo distaccato, con la giusta distanza.

Il silenzio quindi è quella chiave che ci permette di rispondere alla domanda non in maniera automatica (sollecitazione-risposta) ma scoprendo e frequentando quello spazio tra sollecitazione e risposta che potremmo chiamare comprensione.

In ultima analisi potremmo dire che il silenzio è lo strumento che l’uomo ha per comprendere se stesso, la vita e gli altri”, dice Fabrizio Paoletti.

“Il rumore modifica i nostri processi cognitivi ed emotivi, aumenta il nostro livello di stress e influenza il nostro cervello, il nostro cuore e i nostri ormoni.

Gli studi fatti sul silenzio invece, dimostrato che stare nel silenzio, anche per 2 minuti, può aumentare l’attivazione dell’ippocampo che è l’area più importante per l’apprendimento e la memoria”, dice Tal D. Ben-Soussan.

Come possiamo allenarci al silenzio e all’auto-consapevolezza?

Ci sono diverse pratiche che possono aiutare il silenzio.

Una di queste è ascoltare e rimanere concentrati sul respiro.

Mentre la meditazione è la pratica più nota.

Ma ci sono anche tecniche sperimentali che stanno fornendo incredibili risultati.

Come il Quadrato Motor Training (QMT), una meditazione in movimento studiata dall’Istituto di Ricerca RINED della Fondazione Patrizio Paoletti in collaborazione con Università in tutto il mondo.

Diversi ricercatori inoltre, hanno presentato diverse teorie e pratiche:

  • Tal D. Ben-Soussan (RINED) ha presentato una recente ricerca realizzata con i bambini di scuole elementari e medie, su una meditazione silenziosa statica breve e una in movimento. Strumenti che si sono rivelati efficaci per compensare con Active break i problemi della troppa staticità a scuola.
  • Il professor Stephen Porges (Kinsey Institute, Indiana University) ha presentato la sua Teoria Polivagale, nota in tutto il mondo, con un focus speciale sulla pandemia, focalizzando la ricerca innata negli esseri umani del silenzio interiore, di sicurezza e di socialità.
  • Il professor Narayanan Srinivasan (Indian Institute of Technology e Centre of Behavioural and Cognitive Sciences, University of Allahabad) ha presentato gli effetti del training attentivo e cognitivo sulle emozioni e sul comportamento prosociale.
  • Rotem Leshem (Department of Criminology, Bar-Ilan University) ha presentato il legame inestricabile tra neural network e social network nei comportamenti pro-sociali tra i giovani.

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