fegato grasso

Gli italiani sono davvero poco attenti alla salute del fegato?

“Se consideriamo il fegato grasso una malattia (e lo sarebbe), un italiano su 4 tra i 18 e 70 anni ne è affetto. E nel 5% dei casi questa condizione può sfociare in steatoepatite (infiammazione) e cirrosi, afferma il professor Massimo Pinzani, docente di Medicina all’University College London.

Ma perché usare il condizionale per fegato grasso o, più tecnicamente, steatosi epatica?

“Perché ormai è considerato un adattamento a certi eccessi della vita moderna, che data dalla fine della seconda guerra mondiale. Si mangia di più, ci si muove di meno. Tutto qui”, aggiunge Pinzani.

Il fegato degli italiani torna quindi sotto osservazione, anche a causa di nuovi stili di vita che provocano un aumento delle cause metaboliche (sedentarietà, alimentazione poco equilibrata, obesità, ecc.) di diverse patologie.

Inoltre, recenti studi illustrano importanti progressi in tema di diagnosi e trattamento delle malattie del fegato.

tumore al fegato sintomi Tra le novità più significative, vi è la possibilità di passare da una cirrosi scompensata a una ricompensata (che presenta sintomi più lievi), il Test ELF che con un semplice prelievo del sangue permette di identificare il rischio di sviluppare complicanze gravi della steatosi epatica non alcolica.

Quest’ultima, è una malattia epatica comune ed emergente negli adulti, parallelamente all’epidemia di obesità e diabete, che può condurre a eventi importanti (carcinoma epatocellulare e malattia epatica terminale).

Salute del fegato: trattare la cirrosi scompensata

La cirrosi è una malattia epatica caratterizzata da uno scompaginamento della normale struttura del fegato. Tale struttura, in condizioni normali, assicura il corretto flusso del sangue e della bile secondo percorsi predefiniti individuati da file di cellule epatiche (epatociti). Nella cirrosi tale struttura è sovvertita e quindi sangue e bile non possono fluire normalmente.

Per anni si è pensato la malattia epatica scompensata (cirrosi scompensata) fosse una condizione irreversibile, un punto di non ritorno in cui il trapianto di fegato costituiva l’unica soluzione per non andare incontro al decesso. Negli ultimi mesi sono emersi importanti dati che hanno confutato questo dogma.

“Se si interviene sulla causa della malattia del fegato (astensione da bevande alcoliche, eradicazione dell’Epatite C, soppressione della replicazione del virus dell’Epatite B) la funzione del fegato può migliorare significativamente fino a un quadro di ricompensazione, ossia tornare a una fase compensata della malattia, nella quale le complicanze sono assenti e i sintomi sono modesti. La ricompensazione si associa a un miglioramento della quantità e della qualità della vita. Inoltre, i pazienti che ottengono la ‘ricompensazione’ mostrano una sopravvivenza sovrapponibile a quella dei pazienti che non hanno mai avuto un episodio di scompenso”, sottolinea Salvatore Piano, Medicina Interna indirizzo epatologico, Dip. Medicina, Università di Padova.

Il test ELF: un prelievo di sangue per le diagnosi epatiche

“Fino a poco tempo fa, l’unico strumento disponibile per valutare i rischi di aggravamento della malattia epatica o di complicanze cardiovascolari era un metodo invasivo di misurazione della fibrosi epatica, ossia una biopsia epatica (prelievo di una porzione o di un frammento di tessuto) per valutare il grado di fibrosi nel fegato“, spiega Antonio Liguori, UOC Medicina Interna e Trapianto di Fegato, Policlinico A. Gemelli, IRCCS.

Recentemente sono stati sviluppati test non invasivi che si possono condurre con un semplice prelievo di sangue, attraverso i quali si può valutare sia la capacità di distinguere il grado di avanzamento della patologia epatica, sia intuire il rischio futuro di questi eventi sfavorevoli.

Come funziona il Test ELF

tumore al fegato“Uno di questi metodi diagnostici innovativi e non invasivi è il Test ELF, che misura le proteine che derivano dalla degradazione del collagene“, aggiunge Liguori.

In condizioni normali, il collagene costituisce i ‘mattoni’ che consentono di ricostituire le aree del tessuto danneggiate.

“Maggiore è il valore di questo biomarcatore ( cioè l’indicatore biologico, come una sequenza di DNA o una proteina, che è correlato con una data malattia, in questo caso queste proteine), più è elevato il rischio negli anni di sviluppare le complicanze della patologia epatica. Questo biomarcatore ha una funzione prognostica, cioè consente di capire il rischio che il paziente ha di sviluppare queste complicanze in futuro e di conseguenza di indicarci le adeguate contromisure da prendere. Rispetto a una biopsia, questa procedura è molto meno invasiva, è semplice, economica e non presenta complicanze. Inoltre, vista la semplicità, è utile sottoporre al Test ELF tutti i pazienti affetti da malattia epatica legata al grasso, con particolare attenzione per coloro che abbiano un’evidenza di steatosi epatica all’ecografia e altre patologie come diabete, ipertensione arteriosa, obesità“, conclude Liguori.

 

 

Copertina Foto di Павел Сорокин: https://www.pexels.com/it-it/foto/chirurghi-che-eseguono-interventi-chirurgici-2324837/

Foto di RF._.studio: https://www.pexels.com/it-it/foto/ritaglia-il-medico-con-lo-stetoscopio-che-si-prepara-per-un-intervento-chirurgico-in-ospedale-3825586/

Foto di roberto carrafa: https://www.pexels.com/it-it/foto/persona-che-tiene-la-penna-rosa-e-bianca-3908179/

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