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Neurologia: nuove opportunità diagnostiche e terapeutiche

Neurologia: nuove opportunità diagnostiche e terapeutiche

Al centro dei lavori del Congresso Nazionale della Società Italiana di Neurologia (SIN) i risultati di importanti studi scientifici che promettono decisivi progressi in ambito neurologico grazie a nuove opportunità diagnostiche e terapeutiche.

A partire dalla Malattia di Alzheimer, per la quale la comunità scientifica internazionale accoglie i recentissimi esiti positivi degli studi sulle terapie biologiche dirette nei confronti di alcune forme di amiloide e ribadisce l’essenzialità della diagnosi precoce per individuare i pazienti candidabili alle nuove cure.

Ulteriori aggiornamenti anche in campo preventivo per rallentare l’esordio della demenza, grazie alla combinazione della stimolazione cognitiva con una dieta ipolipidica associata ed esercizio fisico.

Risultati notevoli sono stati annunciati anche per il Morbo di Parkinson, grazie alla ricerca tutta italiana: da oggi, attraverso l’analisi della saliva, non solo si potrà fornire una diagnosi precisa ma addirittura prevedere la progressione della malattia.

Rimanendo nel campo della prognosi, anche in merito all’emicrania sono stati individuati marker serici in grado di far capire quali pazienti corrono il rischio di arrivare a una cronicizzazione del mal di testa a causa dell’abuso di farmaci.

Per questa patologia, inoltre, è ormai assodato il ruolo fondamentale dei nuovi farmaci per la terapia di prevenzione, finalizzati alla riduzione della frequenza e dell’intensità degli attacchi, come la tossina botulinica e gli anticorpi monoclonali diretti contro il CGRP.

Altre novità arrivano anche su tematiche come il ruolo centrale del sonno nelle patologie neurologiche, e le più recenti innovazioni in tema di intelligenza artificiale.

Le malattie neurologiche: i dati

Le patologie neurologiche impattano fortemente sulla popolazione:

  • 12 milioni gli italiani che sono affetti da disturbi del sonno;
  • oltre 6 milioni le persone che soffrono di emicrania, 2/3 circa delle quali donne;
  • 1 milione coloro che convivono ogni giorno con la Malattia di Alzheimer e che hanno bisogno di costante assistenza;
  • 400.000  le persone colpite dal Morbo di Parkinson;
  • la sclerosi multipla affligge circa 90.000 donne e uomini che devono convivere ogni giorno con i sintomi di una malattia che induce disabilità progressiva, ma anche con le difficoltà legate ai servizi sanitari e assistenziali;
  • numeri ugualmente preoccupanti sono quelli che descrivono i casi di ictus, quasi 200.000 nuovi casi ogni anno e circa 1 milione di persone che vivono con gli esiti invalidanti della malattia

“L’emergenza della crescita delle patologie neurologiche legata all’invecchiamento della popolazione è un tema molto attuale sul quale i neurologi della SIN si confrontano costantemente per cercare di migliorare la vita dei pazienti non solo dal punto di vista delle cure ma anche da quello dell’assistenza, estremamente importante in un’epoca in cui l’età media della vita si è allungata in maniera considerevole”, dice il professore Alfredo Berardelli, Presidente della Società Italiana di Neurologia.

Malattia di Parkinson: la prognosi attraverso test salivare

Dal 2018 il gruppo di ricerca de La Sapienza di Roma inseguiva la possibilità di individuare in maniera non invasiva un biomarcatore diagnostico precoce della malattia di Parkinson identificando la proteina anomala alfa-sinucleina, prima possibile solo tramite biopsia gastroenterica o della ghiandola salivare, dove sembra si concentri prima di diffondersi al cervello.

Recentemente, è stato ottenuto un risultato mai visto prima: tramite il test salivare si ottiene non solo la diagnosi precoce, ma addirittura un indice prognostico, cioè una previsione della progressione della malattia.

I ricercatori romani hanno infatti scoperto che dall’analisi di particolari componenti salivari e dei loro rapporti rispetto alla concentrazione di alfa-sinucleina si può fare una previsione del decorso altamente affidabile.

L’alfa-sinucleina oligomerica è il marker d’eccellenza che, con una sensibilità quasi del 100% e una specificità del 98,39%, può distinguere chi è in fase iniziale di malattia da chi non è affetto, con un’accuratezza diagnostica complessiva pari al 99%.

Neurologia: nuove opportunità terapeutiche nella Malattia di Alzheimer

Gli ultimi risultati su due nuove molecole quali Donanemab e Lecanemab indicano che entrambe riducono in tempi brevi l’accumulo dell’amiloide nel cervello del 60% e di altre proteine correlate alla neurodegenerazione come la Tau, che di conseguenza induce un rallentamento della progressione clinica, pari a circa il 30% rispetto a chi non assume la terapia.

“In attesa di ulteriori conferme, è giusto sottolineare che questi farmaci appaiono efficaci anche in soggetti anziani già affetti da un decadimento cognitivo”, spiega il professore Alessandro Padovani, Direttore Clinica Neurologica Università di Brescia.

“Rispetto ad altri farmaci, lecanemab e donanemab mostrano un profilo di tollerabilità più soddisfacente per quanto riguarda gli eventi avversi, in particolare lo sviluppo di edema cerebrale e di microemorragie, sebbene occorra ricordare che queste sono in parte più frequenti in chi assume antiaggreganti e anticoagulanti”.

Alzheimer: diagnosi precoce e prevenzione

La diagnosi precoce è la condizione necessaria per l’accesso alle nuove terapie contro l’Alzheimer e deve essere effettuata quando ancora non sono comparsi i sintomi tipici della malattia, nonché quando il disturbo non interferisce sulle capacità e sulla autonomia funzionale.

In questa fase in cui il disturbo neurocognitivo è minimo (MCI l’acronimo inglese per identificarla), l’indagine diagnostica necessita di competenze specialistiche molteplici che includono l’investigazione neuropsicologica, lo studio morfologico cerebrale attraverso la RMN cerebrale, lo studio della funzionalità sinaptica e metabolica cerebrale con la PET cerebrale e lo studio di biomarcatori che sono in grado di identificare le proteine associate alla Malattia di Alzheimer dall’analisi del liquor cefalorachidiano.

Anche in assenza di terapie curative in grado di modificare l’avanzamento della malattia, la diagnosi precoce è necessaria per attuare, in maniera precoce, terapie preventive che rallentino la progressione della patologia.

Molto significativi i risultati dello studio finlandese FINGER sulla prevenzione, pubblicati a più riprese su autorevoli riviste scientifiche: hanno chiaramente dimostrato che tecniche di stimolazione cognitiva e dieta bilanciata ipolipidica associate a un costante esercizio fisico sono in grado di ridurre sia lo sviluppo di demenza nei soggetti a rischio sia di rallentare la progressione della demenza nel tempo.

Il sonno e le patologie neurologiche

Le scoperte degli ultimi 20 anni dimostrano come lo studio del sonno e del ritmo circadiano abbia un ruolo centrale nella comprensione dei meccanismi per la prevenzione delle patologie cardiovascolari e internistiche, del declino cognitivo, della Malattia di Alzheimer, della Malattia di Parkinson, e di altre patologie neurodegenerative.

Numerosi studi scientifici hanno indagato il sonno notturno nei pazienti a rischio di sviluppare patologie neurodegenerative, e in particolare la Malattia di Alzheimer, o che presentino una disfunzione cognitiva soggettiva o lieve nell’ottica di prevenzione della demenza.

Il trattamento dell’insonnia diviene così uno degli obiettivi per la prevenzione della disfunzione cognitiva e della malattia di Alzheimer.

Data l’importanza di indagare la qualità del sonno notturno e le sue caratteristiche, la presenza di disturbi del sonno deve condurci a impostare trattamenti farmacologici e non farmacologici rivolti ad assicurare un sonno notturno di buona qualità e quantità.

Di recente approvazione AIFA, la prima terapia che agisce su uno dei sistemi della veglia bloccando i recettori dell’orexina.

Uno studio dell’International REM sleep Behaviour Disorder (RBD) Study Group ha dimostrato che alterazioni nel funzionamento di specifiche aree cerebrali visibili alla SPECT (un esame di neuroimmagini), in combinazione con costipazione, deficit cognitivo ed età, indica un altissimo rischio di sviluppare una alfa-sinucleinopatia a distanza di 2 anni dalla diagnosi di RBD.

In altre parole, questo studio dimostra che si può stimare con precisione se un paziente con RBD è ad alto rischio di sviluppare Parkinson o altre alfa-sinucleinopatie, nei due anni successivi alla diagnosi di RBD, un’informazione estremamente utile per il disegno di nuovi studi farmacologici.

Neurologia: Intelligenza Artificiale (AI) e Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA)

La Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) comporta per definizione inabilità crescente in una popolazione di pazienti che mantiene per lo più inalterate le funzioni cognitive, in un segmento di età giovanile con alta istruzione e attività professionale.

La sensibilità dei pazienti alle nuove tecnologie è molto alta e, per questo, la malattia rappresenta un riferimento ideale per lo sviluppo di nuovi approcci tecnologici.

Una delle più utili tecnologie del futuro frutto di Machine Learning (ML) e Intelligenza Artificiale (IA) è l’ “hypersurface”, una nuova tecnologia che combina sensori vibrazionali a ML/AI, trasformando ogni oggetto di qualsiasi materiale, forma e dimensione in oggetto intelligente capace di riconoscere interazioni fisiche: nel paziente affetto da SLA una serie di gesti può essere quindi istantaneamente riconosciuta evocando specifici comandi e rendendo non necessario l’utilizzo di tastiere e bottoni.

Oggi la possibilità di definire la prognosi del paziente affetto da SLA fin dall’inizio della malattia è una realtà, attraverso lo sviluppo di un modello personalizzato previsionale che tiene conto di vari fattori tra cui l’età di esordio e il tempo intercorso alla diagnosi.

ML/AI permetteranno di definire biomarker diagnostici, di monitoraggio clinico e prognostici che favoriranno terapie sempre più personalizzate.

Neurologia: l’Intelligenza Artificiale per la diagnosi preclinica 

L’ intelligenza artificiale (IA) attuale è fondamentalmente un insieme di strumenti che sono in gradi di affrontare in modi differenti quello che è il limite principale della nostra formidabile dotazione di base, cioè il cervello umano.

Tra i pochi limiti del macchinario biologico c’è la limitazione della sua capacità di analizzare grandi masse di dati.

L’IA ci fornisce questo supporto, amplificando in modo fino a poco tempo fa inimmaginabile le nostre capacità.

Un campo che ha rapidamente adottato gli strumenti offerti dall’IA è l’analisi delle neuroimmagini: la possibilità di “addestrare” gli algoritmi dell’AI a riconoscere pattern diagnostici di patologia neurologica estende (non sostituisce) il sistema visivo umano a livelli prodromici e (in associazione ad altri dati) preclinici nel caso della malattia di Alzheimer, migliora la diagnosi differenziale con altre demenze neurodegenerative e consente di formulare una prognosi sui rischi di progressione di malattia.

Inoltre, l’IA viene usata anche per la riabilitazione e della neuroprotesica consentendo di analizzare e decodificare in tempo reale enormi quantità di segnali neurali per controllare braccia robotiche, produrre segnali vocali o applicare procedure di neurostimolazione.

Emicrania: nuove opportunità terapeutiche e i marker serici 

Nel percorso di sostegno e presa in carico dei pazienti affetti da emicrania sono di fondamentale importanza i nuovi farmaci per la terapia di prevenzione, finalizzati alla riduzione della frequenza e dell’intensità degli attacchi come la tossina botulinica che, utilizzata con un protocollo specifico si è dimostrata efficace nella prevenzione dell’emicrania cronica, e gli anticorpi monoclonali diretti contro il CGRP (peptide correlato al gene della calcitonina) attore protagonista del dolore emicranico.

Il dato interessante è che questi trattamenti oltre ad essere efficaci (tali da indurre una riduzione di almeno la metà del numero di giorni con emicrania al mese in circa il 70% dei pazienti) sono altamente tollerabili e sicuri.

Un recente studio dell’Istituto Mondino di Pavia ha prodotto dati molto promettenti per identificare quei pazienti maggiormente a rischio di evolvere in una condizione di emicrania cronica con uso eccessivo di farmaci sintomatici e che pertanto meritano una maggiore attenzione al decorso clinico per un’azione preventiva precoce ed efficace.

Andando a valutare i livelli plasmatici del CGRP e l’espressione di alcuni pattern genetici (cosiddetto micro-RNA) provenienti da cellule del sangue periferico di pazienti emicranici, è emerso che i livelli di CGRP e l’espressione dei micro-RNA erano significativamente più alti nei soggetti con emicrania cronica con uso eccessivo di farmaci per l’attacco.

Si è visto, inoltre, che la disassuefazione dai farmaci per l’attacco usati in maniera eccessiva ha comportato una riduzione significativa dei livelli di CGRP e l’espressione dei micro-RNA

 

 

 

Immagine copertina di Los Muertos Crew https://www.pexels.com/it-it/foto/uomo-donna-alla-ricerca-ospedale-8460377/

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