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Disforia di genere: soggetti nati in un corpo sbagliato?

Disforia di genere: soggetti nati in un corpo sbagliato?

Disforia di genere: soggetti nati in un corpo sbagliato?Disforia di genere. Abbiamo un sesso assegnato alla nascita. Può capitare che non ci riconosciamo in esso: in tal caso, appunto, si parla di disforia. Non è corretto dire che un transessuale sia nato in un corpo sbagliato. Secondo Roberto Castello, endocrinologo, gruppo di lavoro sulla disforia di genere dell’Associazione medici endocrinologi (Ame), “Il corpo di una persona transessuale non ha nulla di sbagliato. È una definizione che esprime il disagio che la persona transgender prova fino al momento in cui non riesce ad avere l’aspetto fisico considerato più coerente con il proprio vissuto; tuttavia ciò che viene percepito come ‘sbagliato’ non è ‘tutto’ il corpo. Oggi che gli interventi chirurgici di riattribuzione chirurgica del sesso non sono più obbligatori (sentenza della Cassazione 15138 del 20 luglio 2015) per essere riconosciuto nel genere al quale si sente di appartenere e ottenere il cambio di identità sui documenti, si assiste sempre di più alla volontà delle persone trans di mantenere inalterati i propri genitali, verso i quali spesso non provano alcun disagio. Forse è un fenomeno meno conosciuto, ma esistono persone transgender non medicalizzate che quindi vivono nel genere al quale sentono di appartenere pur non assumendo alcuna terapia ormonale. L’accettazione complessiva del proprio corpo è importante per mantenere un contatto positivo con il proprio corpo, anche perché gli interventi non consentono di giungere alla stessa mascolinizzazione o femminilizzazione come se si fosse donne o uomini cisgender, e perché ci sono caratteristiche anatomiche che qualsiasi terapia ormonale (o chirurgica) non è in grado di modificare e con le quali la persona deve fare ‘pace’, se non vuole rischiare di passare la propria vita in una sala operatoria rincorrendo un sogno irrealizzabile. Infatti, ad esempio, le mani non saranno mai sufficientemente femminili o maschili, o le spalle non potranno mai essere abbastanza larghe o la vita difficilmente quella di vespa ecc. ecc., entrando in un vortice alquanto pericoloso per la salute”.

Disforia di genere: il limite della transizione

“Il limite della transizione, che non va ignorato se si vuole ottenere un certo benessere psico-fisico, è che questa non può per magia regalare un corpo ‘giusto’ ma permette ‘solo’ di modificare alcuni aspetti che si sentono più critici del corpo al quale è necessario imparare a voler bene, e accettare, esattamente come per qualsiasi altra persona. Infine, va anche chiarito che le persone transgender non sono malate: l’Oms sta per rimuovere l’identità transgender come disturbo mentale dalla sua lista globale di condizioni mediche”.

Disforia di genere e mancato allineamento

Possiamo parlare di disforia di genere (Dig) come di uno stato di disallineamento forte e persistente fra l’identità di genere, ossia la percezione che un individuo ha del proprio sé in quanto uomo o donna, e il sesso assegnato alla nascita, secondo i dati biologici e cromosomici per cui convenzionalmente gli individui sono contrassegnati come maschi o come femmine. Si tratta di un rapporto è di 3 a 1, con una prevalenza di 1 su 10/12.000 maschi e di 1 su 30.000 femmine.

Non bisogna confondere la disforia di genere con il travestitismo e considerarla come legata a contesti come la prostituzione o la tossicodipendenza, che sono fuori tema. I problemi nell’identità di genere si presentano già nei primi 5 anni di vita: trovano i genitori impreparati. Il fanciullo con queste problematiche è solo a combattere, contro le aggressioni dei compagni e il bullismo.

La disforia di genere e la società

Se ammettiamo che la nostra società resta maschilistica, dobbiamo concludere che la persona che da femmina assume identità maschile (FtM, female to male) acquisisce vantaggi sociali, mentre colui che nasce maschio, diventando femmina, acquista di conseguenza la posizione sociale di tale genere (MtF, male to female), subordinata.

Stefania Bonadonna, coordinatore del gruppo di lavoro Ame sulla disforia di genere, si è espressa in questo modo: “Così come il ruolo delle associazioni dei malati è ormai generalmente acquisito, a maggior ragione svolgono un ruolo fondamentale gli sportelli trans: oggi oltre quello a Milano esistono quelli di Bologna, Verona, Salerno, Reggio Calabria, Torino, Firenze e Genova che offrono sostegno, supporto e assistenza per affrontare le questioni legate alla transizione e alla vita quotidiana, nonché servizi di accoglienza e accompagnamento, consulenza psicologica, counseling telefonico, counseling per parenti e amici di persone transgender e consulenza legale. Avere almeno un centro di riferimento a livello regionale, dove le persone trans possono trovare un team guidato dall’endocrinologo, ma completo di tutte le competenze degli altri specialisti (ginecologo, psicologo, urologo, chirurgo, ecc.) è importante anche per far fronte al grave problema dell’automedicazione“.

Disforia di genere: automedicazione e passaparola

“Il passa-parola, informazioni trovate on-line, terapie fai da te, sono molto pericolose perché fatte senza alcuna consulenza medica e fuori dagli opportuni controlli periodici necessari per la rimanere in salute. Qualsiasi intervento, dalle terapie ormonali agli interventi chirurgici, deve essere fatto con la piena consapevolezza di cosa comporti il percorso di transizione, soprattutto perché si tratta di terapie mediche e chirurgiche irreversibili”.

Afferma inoltre: “La disforia di genere (Dig) è una condizione in cui la persona ha una forte e persistente identificazione nel sesso opposto a quello biologico: uomini che si sentono donne o donne che si identificano nel genere maschile. Si stima che siano in questa condizione circa 5.000 persone in Italia. Avere, come detto, almeno un centro di riferimento a livello regionale, dove le persone transgender possono trovare un team completo con le competenze di tutti gli specialisti del team multidisciplinare, anche con infermieri e operatori sanitari, è importante. Parlando ancora di automedicazione, secondo uno studio pubblicato sul Journal of Sexual Medicine, il 25% delle donne transgender si autoprescrive la terapia ormonale procurandosi i farmaci su internet. Qualsiasi intervento, dalle terapie ormonali agli interventi chirurgici deve essere fatto con la piena consapevolezza di cosa comporti il percorso di transizione, soprattutto perché si tratta di terapie mediche e chirurgiche irreversibili. Inoltre, qualunque cura o intervento chirurgico ha possibili effetti collaterali tanto più se mirato ad una trasformazione che il corpo umano non prevede. In Italia non esistono studi sugli effetti a lungo termine della transizione e in generale, anche gli studi fatti in altri paesi, sono spesso insoddisfacenti per il numero esiguo di pazienti anche a causa della mancanza di fondi. Secondo una ricerca pubblicata sull’ European Journal of Endocrinology e condotta su 966 donne transgender e 365 uomini transgender in cura ormonale con un follow-up mediano a più di 18 anni, l’uso di testosterone in uomini transgender non porta ad un aumento della mortalità generale e della mortalità per cause specifiche rispetto alla popolazione generale. Per le donne transgender la mortalità è circa del 50% più alta rispetto al resto della popolazione, ma non per cause legate agli ormoni, portando alla conclusione che le terapie ormonali sembrano essere sicure a lungo termine, ma ci sarebbe bisogno di ulteriori studi di approfondimento. Un dato invece risulta essere determinante: l’auto-accettazione e l’accettazione da parte dei familiari e amici è molto importante per il benessere psico-fisico delle persone transessuali, quando questa manca vi sono ricadute sulla salute e si registrano alti tassi di depressione e suicidio“.

Momento di transizione: che cos’è?

“Il processo di transizione è spesso un momento atteso da anni e carico di grandi aspettative che porta a volere tutto subito e a sottovalutare le implicazioni mediche che il passaggio comporta. Il medico opera con la principale indicazione di non nuocere ma gli interventi che consentono la transizione sono “innaturali” e l’organismo non risponde a comando. Qualunque cura o intervento chirurgico ha possibili effetti collaterali tanto più se è mirato a una trasformazione che il corpo umano non prevede e hanno la necessità di tempi che spesso i pazienti non comprendono. La terapia medica è complessa e deve essere personalizzata e questo la rende abbastanza disomogenea. Anche gli studi clinici, sia per il numero esiguo di pazienti che per la mancanza di fondi, sono spesso insoddisfacenti e va ricordato che la genetica non si cambia con il codice fiscale“.

Il gruppo di lavoro dell’Ame

“L’Associazione medici endocrinologi ha creato un gruppo di lavoro dedicato alla disforia di genere conDisforia di genere: soggetti nati in un corpo sbagliato? l’obiettivo di favorire la formazione degli operatori promuovendo incontri per supportare e orientare le persone con Dig. Il gruppo ha anche la finalità di creare una rete endocrinologica esperta, che possa dare risposte sulla base delle esperienze più avanzate sul nostro territorio, predisporre linee guida condivise, raccomandazioni sui trattamenti e poter essere un punto di riferimento per le persone che hanno difficoltà a trovare centri e strutture in grado di proporre interventi appropriati”.

Una rete di professionisti

Come spiega, inoltre, Vincenzo Toscano, presidente Ame, “Come associazione che riunisce gli specialisti in endocrinologia, stiamo selezionando altri centri, che attraverso una formazione specifica possano diventare un riferimento dove le persone trans possano trovare risposte a 360 gradi.

Con il tempo siamo diventati il riferimento per gli sportelli trans e per tutte le persone che affrontano questo tema: con le persone transessuali siamo riusciti a costruire un cammino che consente anche a noi endocrinologi di essere meglio informati sulle loro specifiche difficoltà e, in questo modo, siamo in grado di informare sulle terapie e gli interventi più appropriati per ogni singolo caso.

È un impegno importante che vogliamo costruire insieme alle associazioni trans e anche attraverso un’opera di sensibilizzazione delle Istituzioni perché possano essere trovate soluzioni a tutte le problematiche che queste persone si trovano continuativamente ad affrontare”.

Molto è ancora ignoto, dal punto di vista medico, in merito a tale condizione. Molti transessuali esprimono dubbi, relativi alle ripercussioni sul proprio stato di salute di interventi così poco ortodossi e prolungati. Peraltro, un movimento mira a depatologizzare la condizione di transessuale e il processo che porta al cambio anagrafico. Attraverso l’eliminazione della diagnosi, si domanda che la persona transessuale venga messa nella condizione di decidere da sola che cosa fare con il proprio corpo, senza dover far ricorso a diagnosi e tribunali. Può essere una buona idea mantenere i controlli periodici e il follow up dello stato di salute delle persone transgender, a garanzia dei soggetti.

Disforia di genere, la parola all’avvocato

L’avvocato Gianmarco Negri ha dichiarato: “Dopo il compimento della maggiore età la persona con disforia di genere potrà, se avrà maturato questa decisione, avviare il processo di transizione che può essere molto lungo, afferma e prevede innanzi tutto uno o più colloqui con uno psichiatra che deve certificare che la persona rientra nei parametri della disforia di genere. A questo punto, ottenuto il nulla osta, interviene l’endocrinologo che prescriverà le terapie ormonali. Si apre una fase che i protocolli indicano come obbligatoria di ‘real life test’, della durata di 10-12 mesi circa, durante i quali la persona deve vivere con i vestiti del genere opposto, scegliere un nome con il quale essere appellata e sperimentare concretamente come si sente nell’identità alla quale sente di appartenere. La persona trans dovrà quindi tornare dallo psichiatra e dall’endocrinologo per ottenere le relazioni relative al percorso fino a quel momento compiuto. Ma, per poter realizzare gli interventi (se desiderati ed ora non più obbligatori) ed ottenere la rettifica anagrafica, la persona trans, avvalendosi di un avvocato, dovrà sottoporre le proprie richieste ad un giudice. Può accadere che il magistrato non ritenga sufficienti le relazioni prodotte dalla parte e che disponga una Ctu (Consulenza tecnica d’ufficio) con aggravio di costi e tempi per la persona che subisce, così una palese ulteriore privazione della libertà di scelta e negazione del principio di autodeterminazione. In Italia non esiste una norma che obblighi il riconoscimento di una persona con l’identità percepita, nonostante esista una raccomandazione europea”.

Secondo Antonia Monopoli, responsabile dello Sportello trans di Ala Milano onlus, “Il periodo di transizione senza i documenti validi, è uno dei più difficili tenuto conto il periodo a partire dal real life test (test di vita reale) fino al momento del riconoscimento legale della nuova identità, che varia di anni da persona a persona. In questo periodo i documenti di identità e l’aspetto della persona non coincidono, portando a una serie di problemi importanti: in caso di ricovero in ospedale la persona trans sarà collocata nel reparto che corrisponde a quello del documento e non a quello di appartenenza. Anche nel lavoro le persone trans sono discriminate indipendentemente dalle competenze. La privacy è continuamente negata, dovendo spiegare la propria condizione tutte le volte che è necessario presentare un documento di identità: in occasione di elezioni per esprimene il proprio voto, per viaggiare in aereo, ma anche semplicemente alla posta per il ritiro di una raccomandata con un evidente conflitto con il diritto al rispetto della vita privata e familiare, sancito dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu)”.

Disforia di genere: i problemi degli studenti

Alcune problematiche riguardano gli studenti universitari: alcuni atenei accolgono la possibilità di unDisforia di genere: soggetti nati in un corpo sbagliato? doppio libretto (uno resta in segreteria) e l’altro per gli esami. Nelle scuole medie o superiori, il quadro non migliora. In caso di arresto, poi, si è collocati in un carcere maschile anche se l’aspetto è femminile (e viceversa). Immaginate la situazione.

Che cosa avviene quando la transizione è completa? Le problematiche non sono finite. Il cambio di codice fiscale e della carta d’identità hanno eliminato una persona e ne hanno creata un’altra e con essa è andato perduto il relativo bagaglio di informazioni. Da un punto di vista medico, la transizione non cancella le malattie e la storia clinica del soggetto. C’è di più. La modulistica medica di raccolta dell’anamnesi prevede solo i generi maschio e femmina, ma una persona trans non può essere incasellata in queste categorie. L’introduzione di nuove categorie, FtM per una persona che da donna ha assunto l’identità maschile e MtF per il contrario, permetterebbe di evitare lunghe spiegazioni. Esiste una serie di parametri, come quelli ematici, che in casi simili non rientrano perfettamente né in quelli di un uomo, né in quelli di una donna.

Studi relativi agli effetti a lungo termine dei farmaci assunti sarebbero utili, ma sarebbe necessaria, di conseguenza, una mappatura. Si tratta di condizioni particolari, con aspetti ancora da tutelare.

About Giorgio Maggioni

Giorgio Maggioni
È dal 1993 che studia, analizza e sfrutta il WEB. Dicono sia intelligente, ma che non si applichi se non sotto stress, in quel caso escono le sue migliori idee creative. Celebre la sua frase: “è inutile girarci in giro, chi non usa il web è destinato a fallire”. È docente di webmarketing per l’internazionalizzazione d’impresa, dove incredibilmente, per ora, è riuscito a non rovinare alcuno studente. In WMM si occupa di sviluppare modelli di business utilizzando logiche non convenzionali.

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