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Ciro Pinto: si può vivere senza dolore?

Ciro Pinto: si può vivere senza dolore?

Ciro Pinto, scrittore da dieci anni e manager nel settore finanziario prima di dedicarsi alla scrittura, ci ha consegnato appena prima che precipitassimo nell’incubo della pandemia il suo ultimo romanzo, “Senza dolore”.

Titolo purtroppo poco profetico, ma indice del fatto che i desideri e le speranze degli uomini si equivalgono in qualsiasi momento storico, se le difficoltà si ingigantiscono vieppiù.

Napoletano d’origine e di cuore ma viaggiatore accorto per pregresse esigenze lavorative, Ciro Pinto nel decennio dedicato alla scrittura ha scelto,  per fare da sfondo alla sua narrazione, luoghi a lui molto vicini, come Capri e Posillipo, o decisamente estranei alle sue origini, come le terre senesi, Rimini o addirittura metropoli immaginarie.

Per quest’ultimo romanzo ha scelto l’Appennino Tosco-Emiliano e Milano  come luoghi in cui far sì che prima si ingarbugli e poi si sciolga la matassa narrativa.

Siamo di fronte ad un poliziesco, perché l’incipit è legato alla morte violenta di una giovane ragazza, ma veniamo poi sospinti verso le memorie neorealiste di scrittori come Cassola o Fenoglio, testimoni di tempi assai bui.

Lo sviluppo della narrazione binaria

La scelta di diversificare i luoghi è legata alla volontà di diversificare anche i tempi narrativi.

La vicenda muove i suoi primi passi a Milano, nel 1948, quando la guerra ancora non è stata elaborata e intimamente superata, ma continua a rendere evidenti i suoi strascichi.

Il benessere di una vita comoda, priva di difficoltà lavorative ed economiche, è ormai un ricordo lontano, ci si adatta a lavori anche umili per riuscire a trovare due stanze in affitto e arrivare a fine mese.

E’ così che vivono Ludovico Colzi e Isa Lodi, ricchi soltanto del sentimento che li lega e della volontà di costruirsi un’esistenza nuova, senza dolore.

Lui tipografo, ultimo discendente di una ricca famiglia di banchieri annientati dal conflitto, essendo il fratello disperso in Russia; lei studentessa universitaria al primo anno di filosofia, detta la Rossa per via dei suoi capelli.

Una coppia come tante nel secondo dopoguerra, con alle spalle una partecipazione attiva alla lotta partigiana e un presente costellato di sofferenza per il passato e volontà di cambiare per il futuro.

Ma il sogno è presto infranto in modo drammatico: Isa viene uccisa nella sua abitazione, strangolata con un giubbotto di seta celeste, probabilmente da un assassino che lei conosceva.

Nella nebbia che avvolge i Navigli tocca al commissario Penati farsi carico di un omicidio che esula dalla malavita conosciuta, non rientra negli schemi precostituiti.

Da chi e perché Isa è stata uccisa?

E’ un delitto forse legato al suo passato di staffetta partigiana?

Ed è a questo punto che lo scrittore si sposta sulla seconda linea temporale, il marzo del 1944, e nel contesto in cui è maturato il rapporto tra Ludovico e Isa, un gruppo partigiano nascosto tra i boschi dell’Appennino Tosco-Emiliano e guidato dal tenente Ludovico Colzi, detto Mosca.

Isa, intraprendente e curiosa del mondo, aveva scelto di fare la staffetta partigiana, rischiando la vita come gli uomini a cui portava messaggi e informazioni.

Innamorata di Ludovico, aveva avuto la buona sorte di vedere il suo sentimento ricambiato e ancor più rinforzato alla fine del conflitto, nel momento di decidere del proprio futuro.

Con una equilibrata costruzione narrativa, l’autore alterna le vicende del presente, tinto di giallo, a quelle del passato, occasione per descrivere con realismo e  attenzione un mondo disgregato, confuso tra fascisti, nazisti, repubblichini, partigiani, comunisti, uomini e donne per i quali la sopravvivenza era l’obiettivo principale.

Ludovico cerca sostegno al dolore per la morte di Isa nei suoi compagni di un tempo, gli amici con cui aveva condiviso giorni e notti in montagna, momenti di esultanza o di sconforto, fatiche titaniche in nome di una libertà troppo calpestata.

Con loro dà vita ad una indagine parallela a quella del commissario, nascondendosi per altro alle forze dell’ordine in quanto sospettato di essere l’omicida.

Una complessa umanità popola le pagine di Ciro Pinto

Ludovico ha visto i suoi genitori morire in guerra, il fratello disperso nel gelo della Russia, la prima ragazza da lui amata, Giuditta, essere vittima con la sua famiglia dell’internamento a Mathausen: come può aver ucciso Isa, lui che si porta sulle spalle un infinito carico di dolore legato alla morte?

Nel presente in cui brancola aveva solo lei, la ragazza dai capelli rossi, come punto di riferimento, ucciderla sarebbe stato come negare anche a se stesso il diritto di vivere.

Ciro Pinto destreggia abilmente gli scarti temporali, ci regala descrizioni del mondo partigiano vivide e ricche di pathos, non esita a esprimere indirettamente giudizi negativi sulla guerra e le sue conseguenze, che come un’onda lunga spazzano via sogni ed entusiasmi.

Al fianco di Mosca, cioè Ludovico, troviamo Buffalo e Spugna, partigiani facenti parte della sua unità sopravvissuti alla lotta armata sull’Appennino e pronti a difendere il loro tenente, guadagnatosi sul campo la loro ammirazione.

Con lui inseguono la ricerca della verità, il motivo per cui Isa ha perso la vita, muovendosi tra verità scomode e menzogne ben dissimulate, capaci di confondere e depistare anche le forze dell’ordine.

Quello che è evidente è che nel giubbotto di seta azzurra, fatto confezionare dal partigiano Angiolino con la stoffa di un paracadute, è nascosta la risposta alle domande che tutti si fanno, un giubbotto nato come dono di uno spasimante e trasformato in strumento di morte.

Molte piste appaiono possibili, i Colzi caduti in disgrazia, il desiderio di vendetta, passioni nate durante la Resistenza e mai concretizzate, l’opera delle spie che tanto danno hanno procurato, l’orrore della guerra mai più dimenticato, con la morte a fianco giorno dopo giorno.

Il poliziesco si stempera nella narrazione del passato, il lettore avrà vivida l’immagine di Isa che pedala sulla sua bicicletta, con i suoi sedici anni, un sorriso per ogni partigiano e un amore nascosto per Ludovico, fino quasi a dimenticare pericoli e paura.

Tra i boschi dell’Appennino Ludovico e i compagni, pronti a difendere la linea gotica, non hanno più diciotto o vent’anni, sono diventati uomini duri e forti, atti al comando e all’azione, spinti dalla forza che viene data loro dal sogno di essere liberi.

Come è giusto che sia, nelle ultime pagine si arriva allo scioglimento dei dubbi e alla risposta a tutte le domande, con il convergere delle indagini di Mosca e di Penati, ma certo resta l’amarezza di una verità banale come sempre lo è il male, di un dolore gratuito che ha trovato la sua origine nell’avidità umana.

E’ il dicembre del 1948, l’Italia tutta sta lavorando per rialzare la testa, nuovi ideali hanno soppiantato i miti fasulli costruiti dal fascismo anche grazie a uomini come Mosca, Spugna e Buffalo, con il loro carico di ricordi e di sofferenza.

Ma la Resistenza ha insegnato a lottare per vincere e superare il dolore, e così sarà, per tutti.

 Ciro Pinto: si può vivere senza dolore?AUTORE : Ciro Pinto

TITOLO : Senza dolore

EDITORE : Laurana

PAGG. 321      EURO 16,90   (disponibile versione eBook euro 3,49)

 

 

 

 

 

 

 

About Luisa Perlo

Luisa Perlo, Critico Letterario

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