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Filippo Venturi, quando la vittima (illustre) è un tortellino

Filippo Venturi, quando la vittima (illustre) è un tortellino

In qualunque prospettiva lo si voglia vedere, Filippo Venturi rappresenta il famoso rovescio della medaglia, quello che non tutti osservano con la dovuta attenzione, quando invece dovrebbero farlo.

Nel dorato distopico mondo Masterchef, in cui ci dibattiamo ormai stancamente tentando invano di sottrarci alla bagarre culinaria, chiunque abbia capito come rendere commestibile un uovo al tegamino si sente un grande cuoco (meglio chef, alla francese la parola è ammantata di sicuro successo), e a questa tendenza non sono sfuggiti grandi e piccoli scrittori, coi loro grandi e piccoli personaggi.

Filippo Venturi è partito dal punto di arrivo: lui è cuoco (sembra che a chiamarlo chef si corrano seri pericoli), il suo cuore sta nella cucina della Trattoria La Montanara, nel centro di Bologna, ma in sé covava il germe della scrittura, supportato dalla passione per la lettura ( Winslow, Lansdale, Leonard, Ammaniti e Malvaldi sono solo alcuni tra i suoi preferiti).

Per i suoi quarant’anni, nel 2012, ha lavorato per farsi un regalo speciale, la pubblicazione del suo primo romanzo, Forse in Paradiso incontro John Belushi, con la casa editrice Pendragon, dopo la raccolta di racconti antecedente di due anni.

E’ nato così il secondo Filippo Venturi, cuoco scrittore appassionato di basket e di bella scrittura.

Ironico e arguto, innamorato della sua Bologna che fa da sfondo alle avventure dei suoi personaggi, lo scrittore sembra non prendersi mai troppo sul serio, è capace di staccarsi nel giusto modo dalla materia narrata per far sì che il lettore si senta intrigato ma non accalappiato, partecipe di umanissime vicende ma non irretito attraverso scene di sesso e violenza, entrambi del tutto gratuiti, che caratterizzano la narrativa attuale.

Il palato raffinato del cuoco, che ritiene fondante la cucina tradizionale, che sente una fitta al cuore ogni volta che gli vengono richiesti, per lo più da turisti stranieri, gli spaghetti alla bolognese e non le sublimi tagliatelle, è metaforicamente rintracciabile anche nel suo secondo romanzo, “Il tortellino muore nel brodo”, pubblicato da Mondadori.

Tradizione bolognese e letteratura americana sono per Filippo Venturi un binomio vincente

La morte violenta e sanguinosa del tortellino, per fortuna dei commensali, è evitata sin dalle prime pagine del romanzo, nel momento in cui il protagonista Emilio Zucchini, proprietario della Trattoria La vecchia Bologna ed alter ego di Venturi, rifiuta categoricamente di servire a dei rozzi commensali i tortellini al ragù: “ ci sono cose nella vita che si possono avere e altre no. Il tortellino al sugo non esiste. Il tortellino muore nel brodo”.

Scongiurato questo omicidio, Zucchini non può però evitare di essere coinvolto in un affare losco che ha per protagonisti improbabili ladri e rapitori, degni di un film comico alla Buster Keaton,  ai quali si affianca il suo amico Nicola Fini, papà single per forza di  cose, dal momento che la moglie è fuggita chissà dove e chissà con chi.

Le strade diversissime dei protagonisti trovano inaspettata convergenza un venerdì mattina (giorno infausto per i superstiziosi) in una banca desolatamente vuota a causa di uno sciopero indetto dai sindacati.

Joe Solitario, un cantautore disperato che ha sprecato la sua grande occasione nella finale del più famoso talent show italiano, si improvvisa rapinatore per inseguire la sua ultima speranza: un volo di sola andata verso una nuova vita.

Cico Pop e Mangusta, invece, sono alle dipendenze di un boss della malavita locale , che li ha incaricati di mettere a segno una rapina in banca dal bottino insolito: una ed una sola moneta, carica per lui di un valore assoluto.

Da questo momento in poi, il gioco degli  equivoci e delle casualità diventa il protagonista assoluto del romanzo di Filippo Venturi.

Sì, perché l’auto dei due rapinatori in fuga è rimasta bloccata in doppia fila, perché Nicola  è andato all’edicola proprio nello stesso momento, prima di portare sua figlia Giulia a scuola, perché Emilio dal suo ristorante sonnacchioso alle 8:30 del mattino ha notato strani movimenti sulla strada ed ha fotografato ciò che gli appariva sospetto.

Gli ingredienti sono dunque tutti sul tavolo, non resta che cucinarli a dovere, per dar vita ad un racconto un po’ thriller, un po’ noir, un po’ commedia ottocentesca, un po’copione da Zelig.

E’ la mano del cuoco, pardon, dello scrittore , che farà la differenza: e Filippo Venturi cucina e scrive con la semplicità apparente dei piatti della tradizione, lontani dalle complicate architetture degli chef contemporanei e proprio per questo tanto tanto buoni.

Un ringraziamento alla nonna di Filippo Venturi

Stando a quanto da lui detto, Filippo Venturi ha appreso dalla nonna l’arte culinaria, ha ricalcato le orme delle donne bolognesi dei tempi passati, alle quali sarebbe apparso peccato da confessionale condire i tortellini non solo col ragù, ma anche con panna e prosciutto, magari anche con l’aggiunta dei piselli.

Dietro la cucina semplice c’è un mondo, per arrivare all’equilibrio dei sapori che incanta il palato ci sono ore e ore trascorse ai fornelli, provando e riprovando fino a sentirsi compiaciuti.

E poi, il tortellino non è solo ciò che appare, perché nel piccolo fagottino di pasta pizzicato da mani sapienti si cela un cuore di sapori, un secondo stadio di gusto e piacevolezza.

Il romanzo di Filippo Venturi ci appare come un tortellino: la veste esteriore è semplice quanto serve per farla apparire scorrevole, ma nasconde nei suoi anfratti una rappresentazione forte della società di oggi, quella di Bologna come quella di cento altre grandi città, dove la precarietà del presente induce a superare gli indugi e abbandonare l’etica del rispetto, dove l’affermazione di sé passa attraverso un’immagine pubblica, meglio ancora se televisiva, dove si è pronti a tutto per una monetina da venti lire, dove si demonizza la tecnologia senza rimarcare una linea di confine tra ciò che è lecito e utile e ciò che non lo è.

Ma è anche una società ancorata a valori fondamentali, come l’amicizia o l’amore sconfinato per i propri figli: sono questi sentimenti a far sì che la matassa ingarbugliata da Filippo Venturi possa alla fine essere sciolta, che le  divergenze possano diventare convergenze parallele.

Emilio Zucchini non è mosso nella sua indagine personalissima se non dal legame di amicizia con Nicola, l’amico di sempre,capro espiatorio del Commissario che si occupa dei fatti, annientato dalla sparizione di Bea ma capace di indossare la maschera del padre sereno ogni mattina, quando si appresta a svegliare Tommaso e Giulia.

Venturi sa raccontare con grande sensibilità queste sfaccettature caratteriali, non scade mai nella macchiettistica scegliendo la più difficile strada del personaggio a tutto tondo.

Insomma, sarà pure un cuoco prestato al mondo degli scrittori, come lui stesso si definisce, oltrechè avvocato mancato per scelta nonostante la laurea in giurisprudenza, ma è un prestito felice, che ci regala una piacevolezza di lettura di cui spesso sentiamo la necessità.

Al termine della quale, in verità, resta un desiderio sospeso: se questo è il risultato del suo scrivere, chissà come saranno i suoi tortellini uccisi nel brodo…..curiosità che  ci condurrà, alla prima occasione, a sederci ai tavoli della Trattoria La Montanara, nella vecchia Bologna.

Filippo Venturi, quando la vittima (illustre) è un tortellino

 

AUTORE : Filippo Venturi

TITOLO : Il tortellino muore nel brodo

EDITORE : Mondadori

PAGG. 204,   EURO : 18,00

 

 

 

 

About Luisa Perlo

Luisa Perlo
Luisa Perlo, Critico Letterario

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